Orrore Isis, decapitato anche Henning

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Aveva un’espressione di chi conosce solo l’altruismo e la solidarietà. Il suo volto era apparso martedì sui maxischermi dell’Etihad Stadium prima dell’inizio dell’incontro tra il Manchester City e la Roma: un modo per stare vicino ad Alan Henning, il 47enne tassista di Manchester, padre di 2 figli, il cui nome era al primo posto nella lista degli “infedeli” catturati dall’Isis e destinati al boia. Ieri i jihadisti del califfato hanno annunciato che anche lui è stato ucciso, come i giornalisti americani Foley e Sotloff, come il cooperante scozzese David Haines, come il turista francese Hervé Gourdel catturato e ammazzato in Algeria. E al posto del suo nome ora ci sarebbe quello del 27enne Peter Kassig, un altro americano da sacrificare sull’altare della follia.
L’ennesimo atto di ferocia contro un prigioniero costretto a recitare annche lui la parte dell’accusatore del suo governo colpevole di voler colpire lo Stato ilsmaico, mentre al confine con la Turchia è cominciata la battaglia tra le vie di Kobane, la città curda nel Nord della Siria. Dalle alture in territorio turco che sovrastano Kobane, migliaia di curdi fuggiti dalla città, posta sotto assedio dall’Isis dal 16 settembre, stanno assistendo allo scontro finale. Lo stesso ha fatto l’esercito turco autorizzato due giorni fa dal Parlamento a intervenire anche oltreconfine «in caso di necessità». Né i carri armati, né i soldati di Ankara hanno dato segnale di prepararsi a intervenire nonostante la promessa fatta ieri dal premier Davutoglu che la Turchia «farà tutto il possibile» per impedire che Kobane cada nelle mani dell’Isis.
SIRIA. IRAQ E IRAN
Ma tra le parole e l’accensione dei tank e l’ordine di far muovere l’esercito c’è un ingombrante “cuscinetto” diplomatico. Ieri tre Paesi, di cui due direttamente coinvolti nella guerra, hanno dichiarato tutta la loro contrarietà all’intervento militare turco in Siria o in Iraq. Da Damasco il ministro degli Esteri Walid al Muallem ha detto che la Siria considerebbe «un’aggressione» l’intervento della Turchia il cui presidente Erdogan nei giorni scorsi ha parlato del presidente siriano Assad come di «un nemico» quasi alla stregua dell’Isis. Eventuali azioni militari turche in territorio siriano sarebbero «una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite che stipula il rispetto della sovranità nazionale e la non ingerenza nei loro affari interni», ha scritto il governo di Damasco in una lettera inviata al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. Anche per l’Iran, un intervento oltrefrontiera non farebbe che «complicare la situazione». Infine da Baghdad, anche l’ex premier e attualmente vicepresidente Nuri al Maliki ha parlato di chiara «violazione della sovranità nazionale» e ha chiesto al Parlamento turco di «cancellare la sua decisione». Prima di avventurarsi in territorio siriano o iracheno, quindi, Ankara deve fare bene i conti sulle possibili conseguenze. Anche perché al di là della guerra c’è tutta una serie di intrecci di interessi ed equilibri regionali – politici ed economici – che vedono in primo piano anche il Qatar, l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi, l’Iran, il Libano, l’Egitto. Con Israele alla finestra e gli Usa e l’Europa che hanno capito troppo tardi cosa stesse accadendo.

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