Orrore Isis, arso vivo il pilota giordano

Pilota giordano

Stavolta non hanno scomodato “John” il boia, non hanno sventolato bandiere nere e non hanno seguito le esortazioni del Corano («getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo…»). Alla lama di un coltello hanno preferito benzina e fuoco, all’abbigliamento nero, mimetiche color kaki e al Corano hanno preferito le narrazioni del Bukhari: «Pensavo di incaricare un uomo di condurre la preghiera e di prendere una fiamma e di bruciare tutti coloro che non hanno lasciato le loro case per la preghiera, bruciandoli vivi all’interno delle loro case».
L’ESECUZIONE

Il 26enne tenente dell’Aviazione giordana, Muaz Kassasbe, catturato dall’Isis in Siria a fine dicembre dopo che il suo jet era precipitato, aveva lasciato la sua casa ad Amman per combattere contro il califfato. Con sé aveva sempre il Corano ma le sue preghiere non lo hanno salvato dalla più atroci delle morti: rinchiuso dentro una gabbia di ferro – secondo indiscrezioni la scelta dell’esecuzione sarebbe stata scelta dopo un sondaggio sul web tra i simpatizzanti del califfato – con l’ormai abituale tunica arancione, è morto arso vivo. Per il governo giordano l’esecuzione risalirebbe al 3 gennaio e per questo la trattiva per il rilascio in cambio della terrorista irachena di al Qaeda, in carcere ad Amman, non si è mai potuta concretizzare; perché non c’era più la possibilità di offrire alle autorità giordane la prova che Kassasbe fosse ancora in vita. Non appena appreso della morte del pilota, il governo giordano avrebbe annunciato, secondo quanto diffuso dalla tv SkyNews, che la terrorista irachena, Sajida Rishawi, sarà giustiziata nelle prossime ore assieme ad altri cinque condannati.
Le modalità dell’esecuzione e del lungo filmato – oltre 22 minuti – con cui l’Isis ha voluto mostrare al mondo la morte di Kassasbe sembrano indicare la volontà di lanciare un particolare monito ai “crociati” islamici che si sono uniti alla coalizione internazionale a guida Usa contro il califfato. Il filmato è diverso dai precedenti con i quali sono state annunciate le decapitazioni degli ostaggi occidentali e giapponesi: questa volta il condannato è un militare, un nemico dichiarato, che nel delirio dello Stato islamico meritava evidentemente una morte esemplare. E allora, questa volta non c’è l’ormai famigerato “John”, il boia vestito di nero dall’accento britannico. Questa volta, il carnefice è un jihadista in tuta militare, un “emiro” di una regione dello Stato islamico «colpita dai bombardamenti» come afferma una voce fuori campo. Colpita da bombardamenti come quelli che andava a compiere il tenente Kassasbe quando il 24 dicembre il suo F-16 precipitò nei pressi di Raqqa, capitale dello Stato Islamico. Nelle immagini si vede il pilota che indossa la tuta arancione; ha un vistoso ematoma sotto l’occhio destro e pronuncia una sorta di monologo, spiegando la campagna anti-Isis. Mentre parl, si alternano immagini di siti bombardati dalla coalizione. Poi, lo si vede chiuso in una gabbia, in piedi, le mani sul volto. L’emiro dà fuoco a una striscia di benzina. Le fiamme raggiungono la gabbia, la invadono e avvolgono il corpo del pilota. Nelle ultime immagini, un bulldozer ricopre il corpo di macerie. Ad accompganre il video anche la lista dettagliata, con tanto di foto, di 50 piloti giordani che operano per la coalizione. Per ognuno di loro c’è una taglia sotto la scritta “Ricercato, pilota crociato”.

Il Messaggero