Orlando: politica timida con la magistratura

Andrea Orlando

Una politica troppo timida nei confronti della magistratura. Lo ha sottolineato il ministro della Giustizia Andrea Orlando nel suo intervento in Corte d’appello a Palermo nel quale ha ricordato che la politica «ha mostrato forse troppa timidezza nell’intervenire e stabilire regole per chi le regole è poi chiamato ad applicarle». Dove la sede non è neutra, visto che poi Orlando ha precisato di avere voluto rivolgersi al “caso Saguto” come «riferimento chiaro al fatto che aver lasciato spazi di discrezionalità ampia, per esempio, non regolando attraverso norme i compensi e le modalità di affidamento degli incarichi agli amministratori giudiziari o in altre procedure che prevedano incarichi con ampio margine di discrezionalità, ha consentito che si creassero zone d’ombra».

Il ministro però ha anche spiegato che questa timidezza «è dovuta a una certa sacralizzazione del ruolo e della funzione della magistratura, che ha ragioni storiche profonde e condivisibili, che è inversamente proporzionale alla perdita di credibilità che la politica ha patito negli ultimi decenni. Ma è dovuta anche a mutamenti economici e sociali sempre più imponenti, che superano ampiamente i confini nazionali e rispetto ai quali dobbiamo costruire strumenti di analoga portata».

E allora «far valere le ragioni della politica diviene dunque sempre più difficile. È tuttavia è necessario, perché la politica mantiene, secondo le regole della democrazia, un insostituibile compito di carattere “architettonico”: svolge cioè la funzione di direzione e di determinazione degli orientamenti generali del Paese, che la Costituzione le assegna».
Orlando, nel sottolineare la necessità di un recupero di peso e ruolo della politica, ha anche rivendicato l’apertura, non da oggi, di una nuova stagione di condivisione sui temi della giustizia, tale da permettere il superamento delle conflittualità che hanno caratterizzato il clima di anni. Anni nei quali l’inaugurazione dell’anno giudiziario diventava, quasi ritualmente, dimostrazione plastica delle tensioni tra politica e magistratura. Oggi, ha avvertito il ministro, «vi sono difficoltà da superare ma non vi è più una questione giustzia che ricapitoli in maniera quasi paradigmatica il senso della crisi che il Paese attraversa».
Tiepida la risposta del presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, che mette in evidenza ben altre timidezze, «assistiamo anche a timidezze (ad esempio in tema di prescrizione o di efficacia delle regole del processo) e a interventi affrettati o di propaganda: penso alla riforma della responsabilità civile dei magistrati, a quella della sospensione feriale, presentata come panacea dei ritardi della giustizia, o ai tempi troppo veloci della riduzione dell’età pensionabile, pure in sé condivisibile, iniziative che stanno puntualmente provocando quelle ricadute negative che avevamo ampiamente previsto».

«Credo – osserva Sabelli – che si debba ancora trovare un equilibrio complessivo per quell’obiettivo, peraltro di contrasto all’illegalità che non può che essere una finalità». E allora l’agenda Sabelli vede al centro altri interventi: «piuttosto, occorre intervenire con decisione sulle condizioni di lavoro che, come sottolineato anche dal primo presidente della Cassazione nella sua relazione inaugurale, vedono gli uffici giudiziari oberati da carichi di lavoro che restano elevatissimi, pur a fronte dei segnali incoraggianti resi possibili dall’alta produttività individuale. È un problema che investe gli uffici di merito, non meno che quelli di legittimità, e che impone ulteriori, efficaci interventi normativi e organizzativi, perché la giustizia non degradi a gestione aziendalistica dei numeri e siano assicurate la qualità del servizio che rendiamo ai cittadini e la serenità dei magistrati».

Il Sole 24 Ore