Ore 12.04, Napolitano lascia il Quirinale: da martedì in Senato per votare le riforme

GIORGIO NAPOLITANO 3

IL PERSONAGGIO
ROMA La prima giornata da ex presidente, ovvero quella della «riconquista della libertà», come la chiama lui, sta in un cambio d’abito. Giorgio Napolitano arriva a casa, pochi minuti dopo aver lasciato per sempre il Quirinale, si sbottona il doppiopetto scuro usato nella cerimonia del congedo e s’infila un cardigan. Il passaggio d’epoca e la trasformazione di una vita stanno anche in questo gesto molto domestico. «Mi sento in vacanza», ecco il suo mood. E tutta la cerimonia dell’addio si è svolta in stile molto Napolitano: asciutto e anti-retorico. La firma delle dimissioni alle dieci e mezza, il picchetto d’onore, l’uscita dal portone in auto insieme alla signora Clio, la folla che gli grida «sei irripetibile!» e lui che saluta più volte sporgendo la mano dal finestrino.
IL SIPARIO
Sono le 12,04. Cala il sipario. Comincia la terza vita di Giorgio: dopo quella parlamentare e di governo, dopo quella presidenziale adesso quella da senatore a vita. E probabilmente si iscriverà al Gruppo Misto di Palazzo Madama, come è accaduto per i suoi predecessori, ma avrebbe anche la facoltà di scegliere un altro schieramento. Intanto, come da prassi, sul torrino del Quirinale, è stata ammainata la bandiera. I carabinieri a cavallo sembrano delle statue al passaggio del presidente che andava via e l’unico soggetto in movimento, insieme a Napolitano, nel cortile del palazzo era Briciola, la cagnolina adottata dai carabinieri e diventata la loro mascotte subentrando nella carica a un altro quadrupede: Lady. Ma ecco il presidente che entra nella sua abitazione a Vicolo dei Serpenti 14, saluta sventolando il cappello la piccola folla che lo aspetta anche lì e accanto al portone d’ingresso butta un occhio sulla sinistra e vede affisso al muro dell’edificio un poster con l’effigie di Papa Francesco. Del quale ha appena letto il telegramma di auguri per la sua nuova vita e di caloroso ringraziamento per tutto ciò che Napolitano ha fatto. Altri messaggi, anche di leader stranieri come Hollande o il presidente tedesco Gauck, mentre Obama gli ha fatto una bella telefonata giorni fa, l’ex presidente li legge a casa. E insieme a lui ci sono il figlio Giulio, ancora elegantissimo in divisa istituzionale scura, e Clio che prepara un pranzo leggero. Mentre lì sotto, nel rione Monti, c’è il macellaio amico di Napolitano che azzarda pronostici: «Il nuovo presidente sarà Mattarella». Chissà.
Nel frattempo l’ex ha riconquistato la sua vita da borghese – è già pronta nel piccolo salotto di casa la pila di libri da leggere, senza più l’ansia di rubare tempo agli affari di Stato – ed è pronto a tornare in quella che è la sua culla, il Parlamento, visto che lui è sempre stato e sarà un uomo della democrazia parlamentare. Chi, sotto la sua abitazione, comincia a dire «adesso si affaccia e fa un discorso dalla balaustra», non conosce il personaggio.
LO SCRANNO
Il quale, nel salotto di casa, viene raggiunto dall’eco delle diatribe in corso al Senato, a proposito della legge elettorale in procinto di essere votata. I problemi che riguardano l’Italicum, e che Napolitano conosce meglio di chiunque altro, sono un problema anche per lui. Martedì, alle prime votazioni, il neo-senatore a vita dovrebbe comunque essere in aula. Anche se il quadro politico, tra senatori berlusconiani che puntano i piedi sulla legge elettorale e grillini che aspettano l’arrivo di Napolitano nell’emiciclo per contestarlo, è tutt’altro che pacificato. Napolitano è già calato dentro questo contesto ma sta anche oltre: «Ho fatto tutto ciò che potevo e che era nelle mie forze». Compresi alcuni suggerimenti di modifica dell’Italicum. Che non è esattamente la legge elettorale che Napolitano avrebbe voluto. «Io farò la mia parte nei limiti delle mie forze e dei miei nuovi doveri», è il mood dell’onorevole-cittadino Giorgio. Il quale nella bolgia parlamentare dei voti e dei veti per la scelta del suo successore ci sarà e non «da pensionato». Augurandosi di vedere nelle truppe parlamentari quel «senso di maturità e di responsabilità» in nome del quale dal Colle (adieu!) si è sgolato.

IL MESSAGGERO