Ora la rete di Renzi in Senato per blindare la maggioranza

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«Ma non avevano detto che avrebbero rispettato le decisioni del gruppo?». Soddisfatto Matteo Renzi lo è per il risultato del primo voto di fiducia dove invece di spaccarsi la maggioranza, è andata in frantumi la minoranza interna al Pd e, a seguire, le opposizioni andate in ordine sparso. A lasciare l’amaro in bocca è però il comportamento di alcuni ex leader della ”ditta” che – malgrado le promesse – si sono intestati uno strappo di tale portata che, a giudizio del premier, svela «come l’obiettivo non fosse la modifica della legge elettorale, ma il governo e la mia testa».
STRAPPOMalgrado la mano tesa di Lorenzo Guerini, che da vicesegretario del Pd, smentisce provvedimenti disciplinari e mostra la faccia buona, Renzi è convinto di avere una campagna elettorale davanti, quella delle regionali, per spiegare le ragioni di una sfida «che è quella di cambiare il Paese». In buona sostanza niente punizioni per i dissidenti che «spiegheranno agli iscritti e al Paese le proprie scelte» e «la caparbietà con la quale si cerca di affossare anche la credibilità internazionale» del Paese.
Tanto più, faceva notare ieri a Montecitorio più di un renziano, che l’obiettivo è perseguito da due ex segretari, un ex capogruppo, un ex premier, e un ex presidente del partito che alla fine, «non sono riusciti a tirarsi dietro nemmeno i deputati che hanno candidato nel 2013». Lo strappo dagli ex generali è netto e difficilmente ricucibile, ma Renzi non ha nessuna intenzione di metterli alla porta anche se continueranno ad inzeppare tg e talk show. L’Italicum, che poco interessa anche agli elettori del Pd, rappresenta invece per il premier un tassello che «contribuisce a rendere moderno il Paese insieme alle riforme economiche ed istituzionali». E’ proprio su quest’ultimo argomento – ovvero sulle riforme costituzionali ancora in seconda lettura – che la minoranza del Pd pensa ora di prendersi la rivincita. «Ricordo – sostiene D’Attorre – che a palazzo Madama 24 senatori del Pd non hanno votato il jobs act e la legge elettorale». In buona sostanza Gotor dovrebbe raccogliere il testimone di D’Attorre, ma il premier è convinto di avere il tempo dalla sua e confida nel risultato delle elezioni regionali di maggio per raccogliere la spinta decisiva. Il pallottoliere di palazzo Chigi è ancora concentrato tutto su Montecitorio in attesa che martedì o mercoledì, con il voto finale, si completi l’iter della riforma. Non è però il solo D’Attorre a fare i conti in tasca ai colleghi senatori. Tra i renziani c’è infatti chi fa notare come a palazzo Madama ci sia stato il maggiori numero di abbandoni e che tra i fuoriusciti di FI, passati e futuri, gli ex pentastellati e tanti ”responsabili” presenti nel Misto, ci sia lo spazio per devitalizzare il peso della minoranza interna. Anche al costo di permettere modifiche al pacchetto di riforme.
Malgrado a palazzo Chigi le dita restino incrociate in attesa dei voti di fiducia di oggi e del voto finale di martedì, l’implosione della minoranza, avvenuta nella riunione notturna che ha preceduto il primo voto, indebolisce le opposizioni e toglie riferimenti anche a quella parte della sinistra del Pd che, turandosi il naso, ha alla fine votato. Tra i varchi di un Parlamento disorientato e terrorizzato dal rischio della fine della legislatura, Renzi è deciso a far passare anche le riforme costituzionali contando da ieri anche in un Silvio Berlusconi sorpreso per la facilità con la quale Renzi ha emarginato leader di lungo corso del Pd. Difficile dire se il Cavaliere si fosse lasciato contagiare dalle certezze e dagli entusiasmi di qualche esponente azzurro convinto fosse l’occasione giusta per la ”spallata”. E’ però certo che da ieri i dubbi sull’addio del patto del Nazareno sono ripresi a serpeggiare insieme alla preoccupazione di altre defezioni.
MONITO«Non c’è dubbio, Renzi punta diritto al nostro elettorato. Da sempre e da oggi ancora di più», spiega l’azzurro Osvaldo Napoli. D’altra parte allargare il Pd sfondando il muro dei moderati era l’obiettivo dell’Ulivo di Romano Prodi e perseguito anche dallo stesso Sergio Mattarella. Tra presidente della Repubblica e presidente del Consiglio il rapporto è costante. Non prevede ”moniti”, bracci di ferro o messaggi alle camere, ma un lavoro di prevenzione che non è mancato anche in questa occasione e che ha coinvolto anche la presidenza della Camera guidata da Laura Boldrini.
E’ forse anche su questo che negli ultimi giorni si è alimentata l’illusione di qualche ex peso massimo del Pd ricevuto al Quirinale.

Il Messaggero