Opposizioni via dall’aula. Renzi: avanti lo stesso Il Pd si spacca

Matteo Renzi press conference, Rome

ROMA E alla fine Aventino fu. La spesso minacciata, e quasi mai attuata, rappresaglia da parte di minoranze parlamentari a corto di risorse si è invece realizzata ieri nell’aula della Camera, teatro nelle 24 ore precedenti di insulti fuori dai denti, risse, scazzottate. Una bagarre che per diverse ore ha gettato nel caos l’esame del ddl di riforma costituzionale. E’ successo ieri pomeriggio quando, dopo aver ripetutamente chiesto l’interruzione della seduta fiume, riunioni dei capigruppo, invocato un incontro con il capo dello Stato, minacciato più volte di abbandonare l’aula, un asse formato da FI, M5S, Sel, Lega e Fratelli d’Italia convocava una conferenza stampa a Montecitorio. Nella quale toccava al capogruppo azzurro Renato Brunetta denunciare il «pericolo gravissimo di deriva autoritaria rappresentato dal combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum». Di qui la decisione di tutte le opposizioni di non prendere più parte ai lavori sulle riforme. «Votatevele da soli», intimavano i deputati grillini. «Un Aventino? – chiosava a sua volta Brunetta – Altroché, vedranno i sorci verdi. Pensiamo solo ai decreti in corso di esame in Parlamento».
LA MINACCIA
La minaccia non sembrava cogliere impreparato il suo più diretto destinatario, Matteo Renzi, che già prima di incontrare in serata i parlamentari del Pd si era precipitato la notte precedente alla Camera per mettere in chiaro che «io non mi faccio ricattare e prendere in giro da nessuno». E ai pentastellati, che poche ore prima avevano messo su una sceneggiata al grido di «onestà, onestà», il premier replicava duro: «Non accettiamo lezioni di onestà da nessuno. E se la minaccia è ”ve le votate da soli“, è un problema loro. Se passa la logica per cui l’ostruzionismo blocca il diritto e dovere della maggioranza di fare le riforme è la fine. Si va avanti lo stesso». Era la conclusione di Renzi che poi, su Twitter, evocava anche la prevista celebrazione del referendum sulla modifica della Costituzione: «Vedremo se la gente sarà con noi o con il comitato del no guidato da Brunetta, Grillo e Salvini».
Ma ieri il premier-segretario se l’è dovuta vedere anche con la spaccatura della minoranza dem assai contraria a votare le riforme in un’aula disertata dalle opposizioni. Minoranza che chiedeva l’interruzione della seduta fiume per una pausa di riflessione finalizzata a riportare in aula gli aventiniani. Proposta bocciata dallo stesso premier. E se i più coriacei Civati e Fassina si allineavano praticamente alle opposizioni annunciando che non avrebbero preso parte alle votazioni, Pier Luigi Bersani faceva un appello per fare «ogni sforzo» orientato alla riapertura del dialogo. «Se il governo – diceva l’ex segretario – pretende di avere il dominio della partita finisce in rissa». E dall’esterno si faceva sentire anche Massimo D’Alema sostenendo che «non si cambia la Costituzione in mezzo alle risse». Situazione a rischio, quindi, che però è stata appianata con la mediazione del capogruppo, Roberto Speranza, in base alla quale la minoranza avrebbe potuto esprimere in assemblea il proprio punto di vista non coincidente con quello di Renzi sulla condotta d’aula, ma al momento del voto si sarebbe allineata alle scelte della maggioranza. Era Alfredo D’Attorre a sancire l’intesa: «Non riaprire il confronto con le opposizioni è un errore, ma mi adeguo» diceva l’esponente bersaniano, precisando che tutta la minoranza dem sarebbe rimasta in aula a garantire il numero legale.
L’esame del ddl riprendeva così a tarda sera in aula, alla presenza di Renzi e del ministro Maria Elena Boschi, con la prospettiva di una lunga maratona notturna destinata all’esaurimento di quasi tutti gli articoli della legge, solo il 15, riguardante la delicata normativa dei referendum, sarà accantonato per essere discusso e votato al momento del via libera finale della Camera alla riforma previsto per la prima decade di marzo.

IL MESSAGGERO