Oltre 10 mila italiani vogliono anche il cognome della madre

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Il 24 settembre 2014 l’Italia brindò alla fine del patriarcato. Con 239 voti favorevoli, 92 contrari e 69 astenuti la Camera approvò la proposta di legge che aboliva l’obbligo del cognome paterno per i figli, lasciando sul tema libertà di scelta ai genitori. Da quel giorno sono passati oltre due anni e che cosa ne è stato della legge? Accumula polvere nei cassetti della Commissione giustizia al Senato in attesa di proseguire l’iter per l’approvazione. Intanto, mentre il Parlamento langue, la parola passa alla Corte Costituzionale, che oggi dovrà pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Corte d’Appello di Genova per il caso di una coppia che si è vista negare la possibilità di attribuire al figlio entrambi i cognomi dei genitori. Il giudice ha ritenuto che la disciplina vigente, con l’imposizione del cognome del padre, violi i principi di parità e uguaglianza sanciti dalla Costituzione.

Non è la prima volta che la Consulta è chiamata a esprimersi sul tema. Nel 2006 dichiarò un ricorso analogo «inammissibile» poiché la decisione «compete esclusivamente al legislatore», ma ammoniva il Parlamento a dotarsi di una disciplina adeguata ai tempi, tenuto conto che «l’attuale sistema è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna».

Il monito della Consulta è però caduto nel vuoto, così ancora oggi chi vuole il doppio cognome deve presentare una domanda alla Prefettura competente, che l’accoglie nel caso in cui ritenga le relative ragioni «meritevoli di essere prese in considerazione» ed al termine di una complessa procedura amministrativa, analoga a quella prevista per la modifica di cognomi ridicoli o osceni. Ma quante sono le persone in Italia che si sottopongono a questo iter? Poiché non esistono statistiche ufficiali, La Stampa ha inviato una richiesta a tutte le Prefetture (106 in tutto), ottenendo risposta da 34 uffici, che coprono oltre il 40% della popolazione totale. Un dato certamente parziale, ma che consente di fare luce su un fenomeno che sta prendendo piede e aumenta a ritmi costanti.

Delle circa 10.800 richieste di cambio cognome totali pervenute dal luglio 2012 (anno in cui il servizio è stato decentrato dal Ministero dell’Interno alle Prefetture) alle 34 sedi che hanno partecipato all’indagine, ben 5.100 riguardano l’aggiunta del cognome materno.

Come prevedibile Roma, con 2440 richieste di aggiunta cognome sulle 3300 richieste totali fa la parte del leone. Ma a stupire di più è l’incremento annuale: i 410 fascicoli trattati nel 2012, sono diventati 510 nel 2015 e a ottobre 2016, ad anno non ancora concluso, sono saliti a 600. «La motivazione principale – spiega la dirigente Sabrina Oricchio – è da ricercare nelle esigenze identitarie riconducibili ad entrambe le figure genitoriali, oltre che ad un rapporto affettivo con i nonni materni». Napoli ha un numero assoluto più basso, 340 richieste totali, ma di queste ben 306, pari al 90%, riguardano l’aggiunta del cognome materno. «Alcune coppie – spiega il viceprefetto aggiunto Anna De Luna – vengono a chiederci di aggiungere il cognome della madre ancora prima che nasca il bambino. È un trend in forte crescita». Il fenomeno non riguarda soltanto le grandi città. Nella provincia di Lecco le richieste riguardanti il cognome materno sono state 77 sulle 131 totali (pari a oltre il 60%), mentre a Verona sono circa la metà, 308 su 655 e a Siena 114 su 239 (oltre il 40%). Ma il dato più sorprendente arriva dalla Sardegna. A Oristano e Nuoro l’incidenza dell’aggiunta del cognome materno sul totale delle richieste sfonda il 70%.

«Sono dati che raccontano una società che, come sempre accade, si muove più rapidamente della politica», commenta la sociologa Manuela Naldini, esperta in cambiamenti familiari e studi di genere. «I nuclei familiari in Italia sono sempre più spesso composti da figli unici, e in molti casi l’aggiunta del cognome della madre è l’unico modo per tramandare un patrimonio simbolico e affettivo che altrimenti andrebbe perduto. Questa materia – conclude Naldini – resta l’unica nella quale in Italia viene perpetrata una discriminazione che nel resto d’Europa è sanata da tempo».

La Stampa