Oltraggio a Dachau, rubata la scritta

auschwitz

Poco prima della mezzanotte di sabato era al suo posto. Ieri mattina sul presto la vigilanza si è accorta che non c’era più. “Arbeit Macht Frei”, il lavoro rende liberi, la scritta incastonata nel cancello di ferro del campo di concentramento di Dachau è stata rubata. Portata via con tutta la porta, alta quasi due metri, dove troneggiava la frase crudele e che faceva parte del grande cancello di ferro nero all’ingresso. Prelevata nel cuore della notte da sabato a domenica, probabilmente caricata su un furgoncino. «Un atto vergognoso» lo ha definito Karl Frellerm, il direttore della Fondazione bavarese dei memoriali dell’Olocausto. «Una profanazione» per la direttrice del museo di Dachau, Gabrielle Hammermann. La scritta è diventata un simbolo dei campi nazisti: la frase è stata ripresa dal titolo di un libro di Lorenz Diefenbach, scrittore tedesco dell’Ottocento, che nulla ha a che fare con l’orrore che il motto venne destinato a rappresentare. Quello di Dachau fu il primo campo di concentramento aperto dai nazisti, già nel 1933, subito dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler: vi furono deportati duecentomila ebrei, 40mila furono uccisi.
LE ORIGINI
Ma la scritta fu utilizzata per la prima volta all’ingresso di Auschwitz, in Polonia, nato proprio come campo di sterminio. L’idea di utilizzarla fu, per quanto si sa, di un ufficiale nazista. E proprio per il suo uso beffardo, come ultima violenza sui prigionieri dei lager, dove la libertà veniva tolta per poi togliere anche la vita, la scritta è diventata un simbolo della Memoria. «Le tre parole della derisione sulla porta della schiavitù», le definì Primo Levi, una scritta che continuò a «percuotere i suoi sogni» di sopravvissuto all’Olocausto.
IL FABBRO POLACCO
Ad Auschwitz fu costretto a forgiare la scritta un prigioniero ebreo, un fabbro polacco di nome Jan Liwacz, che seppe beffarsi della beffa, capovolgendo la lettera “B”. Liwacz sopravvisse all’Olocausto. Già ad Auschwitz la scritta fu rubata, quasi cinque anni fa, nel dicembre del 2009. Gli esecutori materiali del furto erano stati cinque polacchi, individuati e arrestati dopo appena due giorni dalla polizia di Varsavia su indicazioni di quella di Stoccolma, che in patria aveva raccolto la confessione di un neonazista svedese.
IL COLLEZIONISTA
La scritta fu subito ritrovata, rotta in tre parti per permetterne il trasporto in auto, e seppellita in un bosco. Restaurata, non fu rimessa al suo posto, ma consegnata al museo: era stata già sostituita da una copia, che era pronta. Con la conoscenza di questo precedente, la polizia – secondo i siti dei giornali tedeschi – ragiona sull’ipotesi di un atto vandalico commesso da neonazisti, oppure sul furto su commissione di un «collezionista pazzo». Che è poi la sintesi della vicenda di cinque anni fa: il neonazista svedese che aveva organizzato il furto, e che poi confessò intimorito dalla eco internazionale della vicenda, sembra volesse rivendere il cimelio a un discendente di gerarchi nazisti. È il “collezionista pazzo” che ora riemerge nelle ipotesi di stampa come figura ispiratrice di questo nuovo vilipendio alla memoria di sei milioni di ebrei sterminati dall’Olocausto. Dachau non ha un sistema di telecamere, è vigilata da turni di custodi 24 ore su 24 e, come era avvenuto ad Aushwitz, i ladri hanno agito in ore lontane dal cambio turno. Senza lasciare tracce, sembra. E la vicenda rischia di diventare un giallo più complicato di quello di cinque anni fa.

Il Messaggero