Obama: pronti all’attacco ma serve un piano per il futuro di Bagdad

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NEW YORK «L’intervento militare americano in Iraq avverrà presto, ma sarà condizionato alla formulazione di un piano politico da parte del governo di Bagdad che avvicini la fine della crisi». Obama ha chiuso ieri il primo turno di consultazioni con il consiglio per la Sicurezza Nazionale, e ha letto un discorso sul prato della Casa Bianca prima di salire insieme alla moglie Michelle sull’elicottero che lo avrebbe portato in aeroporto. La coppia presidenziale è partita alla volta del Nord Dakota, e poi per un fine settimana di riposo da lungo programmato a Palm Springs, in California. 
Nelle sue brevi note il presidente americano ha rigettato il peso delle responsabilità dell’attuale crisi sulle spalle del governo di al-Maliki. «Abbiamo offerto il nostro aiuto diversi mesi fa – ha detto – e ci siamo scontrati con un rifiuto».
L’aiuto che gli americani offrivano era una mediazione con le minoranze sunnita e curda che Maliki ha emarginato dal governo del paese, e che erano già corteggiate dai militanti jihadisti che premevano oltre il confine siriano. Ora che quell’alleanza si è saldata con gli attacchi alle città del nord degli ultimi giorni, l’amministrazione Usa torna a far pressione su al-Maliki perché affronti il nodo centrale di una rappresentanza politica aperta alle minoranze, come via di uscita stabile dall’attuale impasse.
CRITICHE DAL CONGRESSO
Obama ha cercato di rispondere anche alle pesanti critiche che negli ultimi giorni sono piovute dal Congresso, dove i falchi repubblicani non hanno mai digerito il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, completato tre anni fa. Ha detto che la sua amministrazione non ha mai fatto mancare il supporto strategico alla nuova amministrazione irachena, con l’intendimento però che la responsabilità di mantenere una pace stabile nel Paese cadeva sulle spalle del governo locale. «Gli Usa hanno speso enormi somme di denaro per formare e addestrare le forze che devono provvedere alla sicurezza interna dell’Iraq. – ha ricordato -. Se oggi quei soldati iracheni non hanno la volontà di difendere le loro posizioni e contrastare delle milizie, delle quali pure conosciamo la ferocia, è perché sono indeboliti da un problema di fiducia nei confronti del loro governo. Un problema che si trascina da troppo tempo, e che ha finito per erodere il morale delle truppe».
OPZIONE MILITARE
Nel frattempo però l’opzione militare è divenuta indispensabile e gli Usa si stanno preparando a scatenarla. Bombardieri americani sono presenti nelle basi del Qatar e della Giordania, ma entrambi i paesi hanno escluso un coinvolgimento diretto in un’azione di guerra. L’unica alternativa per l’Air Force è avvicinarsi via mare: la portaerei G.W. Bush da 100.000 tonnellate che aveva già varcato il canale di Suez al tempo della crisi in Crimea, è ora in rotta di avvicinamento in direzione del Golfo Persico, dal quale potrebbe far decollare i suoi 90 tra aerei ed elicotteri
Dal momento che l’instabilità dell’Iraq minaccia interessi internazionali legati all’approvvigionamento di petrolio, Obama ha promesso che si consulterà con altri leader occidentali prima di intervenire, nella speranza di minimizzare l’impatto dell’azione americana sui mercati finanziari, in tumulto negli ultimi due giorni.
Da Londra il vice presidente John Kerry ha rassicurato chi gli chiedeva una conferma degli attacchi aerei in arrivo, dicendo che un’eventuale azione militare americana verrà eseguita solo su invito del governo locale, e quindi nel rispetto degli accordi internazionali. In quanto al fronte politico interno, Obama non avrà bisogno di chiedere una nuova autorizzazione al Congresso prima di comandare un bombardamento, perché quella approvata nel 2003 è ancora valida. Il fatto che possa fare uso di quel provvedimento come base legale per la prossima azione è comunque paradossale. Obama da senatore votò contro in quella occasione, e da allora ha rivendicato la sua opposizione in entrambe le corse elettorali alla casa Bianca.

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