Obama lancia la nuova missione in Iraq

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NEW YORK E’ un’offensiva a tutto tondo per «neutralizzare e distruggere» gli estremisti di Isis. L’Amministrazione Obama annuncia una nuova stagione militante, ma questa volta la determinazione sull’intervento in Medio Oriente è ben più forte e le speranza di riuscita molto maggiori che non quando il presidente provò una simile strada un anno fa. Obama ieri sera ha parlato alla Nazione e al Mondo sui passi da compiere per lottare contro il rischio di espansione del Califfato islamico. Significativamente, il discorso è caduto alla vigilia del 13esimo anniversario degli attentati terroristici dell’undici settembre e quindi oggi verrà più volte ripetuto in tv, fianco a fianco con le commemorazioni di quel giorno del 2001. Il discorso aveva un doppio scopo: spiegare alla nazione cosa sia l’Isis e perché bisogna fermarne l’avanzata, e convincere il resto del mondo che si può sconfiggerlo solo creando una «vasta coalizione» composta non solo da europei ma anche da Paesi arabi. Ma a differenza di quando un anno fa Obama chiese aiuto per combattere il regime siriano di Bashar al-Assad, senza ottenere il sostegno di nessuno, questa volta ha parlato sapendo sia che nel suo Paese due terzi dell’opinione pubblica è già convinto che l’Isis vada fermato, sia che altri nove Paesi europei, il nostro incluso, gli hanno già promesso sostegno e collaborazione. Anzi, dal lavoro che il segretario di Stato John Kerry e il consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice stanno compiendo sul fronte internazionale, non si esclude che la coalizione possa essere tanto vasta da includere perfino la Cina, oltre che i Paesi della regione. Per quanto riguarda l’immediato, Obama ha spiegato che intende continuare con gli attacchi contro le forze Isis in Iraq (ne ha ordinati e fatti eseguire già 150). E si prevede che li estenda anche a certe aree della Siria dove il Califfato oramai domina.
CAMERA E SENATO
Ieri sera prima di parlare al Paese Obama si era incontrato con un gruppo di esperti di strategia militare, e aveva poi ricevuto alla Casa Bianca i leader democratici e repubblicani della Camera e del Senato. Ai legislatori, Obama ha spiegato la sua convinzione di non aver bisogno di chiedere il via libera del Congresso per le missioni aeree, visto che si tratta di missioni in difesa degli interessi Usa in loco e che non comportano il dispiego di truppe. Per il momento, il leader della maggioranza repubblicana alla Camera, John Boehner gli ha confermato il suo sostegno.
In una prospettiva della lotta di più lunga durata invece, appare probabile che l’Amministrazione cerchi di ottenere dai Paesi confinanti con l’Iraq e la Siria di aprire basi destinate ad allenare e armare le truppe locali alle quali verrà affidato il compito di condurre la vera battaglia corpo-a-corpo contro l’Isis. Il presidente intende chiedere al suo Congresso di stanziare altri 500 milioni di dollari per questo programma. Va notato che la Gran Bretagna è dal canto suo già in trattative per aprire tre simili basi negli Emirati Arabi, nell’Oman e nel Bahrain.
ASPETTO FINANZIARIO
L’aspetto finanziario tuttavia non si ferma qui. A livello internazionale il presidente chiede che alcuni paesi contribuiscano alla coalizione almeno con dollari sonanti se non con armi e uomini. Ieri mattina ad esempio il presidente ha fatto una lunga conversazione telefonica con il re dell’Arabia Saudita, che domani ospiterà il segretario di Stato Kerry, e che può essere uno dei principali finanziatori della missione anti-Isis.
John Kerry è arrivato in Iraq ieri, e ha preannunciato al governo di Haider al-Abadi, fresco del voto di fiducia del Parlamento, quel che Obama avrebbe detto nel discorso. Ma Kerry ha anche insistito sulla richiesta principale tante volte avanzata da Obama: che sia Bagdad a lavorare diplomaticamente e politicamente, creando un governo di vera unità nazionale, per togliere consenso ai terroristi sunniti dell’Isis. Questo è forse lo scopo più cruciale e allo stesso tempo difficile da raggiungere, ma Obama sa bene che solo dando ascolto alla rabbia dei sunniti, di fatto estromessi dal governo iracheno sin dall’epoca dell’invasione americana del 2003, si potrà anche ottenere il sostegno delle potenze regionali sunnite, appunto come l’Arabia Saudita, o la Giordania.

IL MESSAGGERO