Obama: «Incontrerò Raul Castro». E sull’Iran rassicura gli americani

Barak Obama-United States-Politics

Un incontro di portata storica tra Barack Obama e Raul Castro si profila per il prossimo fine settimana a Panama, dove i due leader convergeranno insieme ad altri 28 capi di stato per celebrare il summit delle Americhe. Non è la prima volta che i due si trovano faccia a faccia. ll presidente cubano e quello statunitense si sono già stretti una volta la mano in Sud Africa tra la sorpresa generale due anni fa al funerale di Nelson Mandela.
Oggi sappiamo che quel contatto era foriero dell’annuncio dello scorso 17 dicembre, quando i due governi hanno deciso di mettere fine alle ostilità che durano da 65 anni, dopo l’avvento della rivoluzione castrista sull’isola caraibica. La segreteria di Stato di Washington esclude che Obama incontri Castro in modo formale a Panama: nonostante il passo di volata con il quale le due diplomazie stanno procedendo al ravvicinamento, le reciproche sedi di ambasciata nelle due capitali non sono ancora aperte e difficilmente lo saranno per il 10 di aprile, giorno di avvio della conferenza.
COLLOQUIO PRIVATOSe i due si parleranno lo faranno in forma privata, e sicuramente dovranno affrontare la prima questione spinosa delle sanzioni che gli Usa hanno comminato contro il governo di Maduro, responsabile per Washington di ripetute violazioni dei diritti umani nella repressione della protesta popolare. La causa di una revisione del provvedimento è stata già patrocinata ieri da un testimonial di eccezione: il comandante Fidel Castro, riapparso in pubblico dopo 14 mesi di assenza, e fotografato a bordo di un furgone, in tuta sportiva e cappellino da baseball, mentre stringe le mani di un gruppo di visitatori venezuelani in una scuola dell’Avana. La foto secondo fonti cubane è del 30 di marzo, e fa seguito ad altre immagini comparse negli scorsi mesi, nelle quali l’ex presidente rivoluzionario incontrava prima degli studenti, e gli agenti dello spionaggio cubano recentemente rilasciati dalle prigioni americane.
Cuba fa ritorno dopo 64 anni di assenza al summit che raduna i leader dei paesi delle tre Americhe. E’ un paese trasformato, nel quale l’annuncio dello scorso dicembre ha precipitato un processo di apertura che avanzava faticosamente da decenni, e ha legittimato cambiamenti sociali ed economici che si sono verificati all’ombra della repressione e della censura. Due giorni fa l’agenzia immobiliare telematica Airb&b ha annunciato che pubblicherà i primi 1000 indirizzi di ‘Casa Particulares’, le residenze private che da pochi anni vengono affittate agli stranieri in regime di semi clandestinità. L’isola è tornata ad essere unita agli Usa da una linea telefonica diretta dopo 15 anni di intricate connessioni internazionali, e i media americani iniziano a pubblicare ad uso dei turisti liste di locali tolleranti per gay, lesbiche e transessuali, tre categorie sociali che il regime non ha mai accettato di legittimare.ù
Obama può solo augurarsi che una simile trasformazione arrivi anche per l’altro nemico storico: l’Iran, al quale l’amministrazione americana ha appena teso la mano con una bozza di accordo sulla denuclearizzazione. Dopo l’annuncio di giovedì, il presidente deve ora convincere il resto del paese a cominciare dall’opposizione repubblicana, della strategia di ravvicinamento che ha avviato con Tehran. Ieri lo ha fatto con il discorso radiofonico settimanale, tutto dedicato all’argomento.
IL PREMO NOBEL«E’ un buon accordo – ha esordito Obama, così come aveva detto a caldo due giorni fa nel giardino della casa Bianca – E’ un intesa storica». «Eppure il trattato sarà nullo – ha ammonito – se non ci sarà una convergenza completa tra le parti» al momento della stesura del trattato. Agli iraniani che già chiedono l’abolizione completa e immediata delle sanzioni, ha ricordato che le misure potrebbero tornare se Tehran dovesse violare i termini negoziati. E ai suoi oppositori che denunciano una resa incondizionata degli Usa, ha detto che «L’accordo non è basato sulla fiducia, ma su verifiche senza precedenti. Se l’Iran inganna, il mondo lo saprà».
A dispetto dei rischi che insidiano le due trattative su Cuba e Iran, il presidente americano ha scelto di onorare il premio Nobel per la pace che gli è stato conferito cinque anni fa: «La soluzione diplomatica è la migliore per gli Usa, i suoi alleati, e per il mondo intero» ha ricordato ieri in chiusura del suo appello agli americani.

Il Messaggero