Obama in Cina, sfida sui diritti umani e libertà di stampa

Barak Obama-United States-Politics

È il palcoscenico più importante per il riscatto di Barack Obama, dopo il rovescio subito alle elezioni del Midterm, che hanno consegnato la maggioranza del Congresso ai repubblicani. Il presidente degli Usa è sbarcato a Pechino, per il vertice dell’Apec, organismo che unisce 21 Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico. Ventuno Paesi che rappresentano il 40% della popolazione del pianeta, ma valgono il 57% del pil mondiale. Se i cinesi si aspettavano un leader indebolito, sotto schiaffo anche per come Washington ha gestito finora la crisi ucraina, hanno dovuto ricredersi subito. Obama, che nella partita a scacchi delle grandi diplomazie è probabilmente preoccupato della sempre più stretta amicizia commerciale tra Pechino e Mosca, ha invocato pubblicamente rispetto dei diritti umani, libertà di stampa e sicurezza informatica. Mentre parlava, negli Usa si diffondeva – confermata dall’Fbi – la notizia che hacker cinesi avevano attaccato nel settembre scorso le Poste americane, compromettendo i dati di 800mila impiegati.
Naturalmente non sarà scontro frontale. Ed è plausibile che Obama, assente da cinque anni da Pechino, cerchi l’intesa con Xi Jinping sui temi di maggior consenso internazionale: terrorismo, disarmo ed emergenza clima. Ha detto che gli Stati Uniti vedono bene «l’avvento di una prospera, pacifica e stabile Cina». Con quel «pacifica» che sembra un augurio più che un riconoscimento.
CIELO AZZURRO
Pechino, da parte sua, vive questo avvenimento come il più grande organizzato in patria dalle Olimpiadi del 2008, e molte strade della capitale sono state chiuse al traffico per allentare il peso dell’inquinamento e per restituire un improbabile cielo azzurro all’arrivo dei grandi. C’è anche Vladimir Putin, e al presidente russo Obama ha stretto la mano e scambiato per ora poche parole; c’è il premier giapponese Shinzo Abe, e la sua stretta di mano con Xi Jinping è stata definita in tanti modi dagli osservatori mondiali: storica, imbarazzata, gelida, niente affatto scontata. Tra i due Paesi non si è risolta la crisi su alcune isole disabitate, ma strategicamente importanti, del mar della Cina. Isole Diaoyu per Pechino, Senkaku per Tokyo. È anche se non c’è certezza che se ne sia parlato nel dettaglio, gli ottimisti hanno rivelato che l’incontro (cronometrato in mezz’ora) è il primo dall’inizio del mandato di entrambi.
I rapporti con il Giappone sono solo un segmento (anche se pesante) nella strategia di Pechino, che cerca di stringere relazioni di buon vicinato in chiave economica, e in questo senso va l’annunciato accordo di libero scambio con la Corea del Sud, un business che eliminerà le tariffe sul 90% dei beni scambiati tra i due Paesi. E se Stati Uniti e Cina sono le prime due potenze economiche del mondo, anche Washington propone una zona di libero scambio con i Paesi amici della regione. Una Tpp (TransPacific Partnership) che riguarda 11 Paesi sui 21 presenti al vertice. Ma l’incontro, che prevede un’intesa in concorrenza con quella proposta da Pechino, si è tenuto tra le mura dell’ambasciata Usa. E senza, ovviamente, una presenza cinese.

Il Messaggero