Obama: «Abbiamo sottovalutato la potenza dell’Isis»

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NEW YORK Un doppio errore, che sta costando molto sia agli Stati Uniti che al mondo. Lo stesso Barack Obama ha ammesso ieri che l’intelligence americana ha sbagliato due volte: ha sottovalutato la forza e la determinazione dei terroristi dell’Isis e ha sovrastimato la capacità di resistenza e difesa dell’esercito iracheno. Il presidente ha ammesso senza esitazione gli errori già riconosciuti qualche giorno fa da James Clapper, il capo dei servizi di spionaggio Usa. Parlando nel programma della Cbs, “Sixty Minutes”, Obama ha anche aggiunto che Isis è diventata così potente perché accanto all’allenamento terroristico, ha ricevuto anche «addestramento militare dagli ex soldati dell’esercito di Saddam Hussein»: com’è noto, l’esercito del dittatore venne sciolto dopo l’invasione Usa del 2003. Obama ha anche insistito che la lotta contro il terrorismo del Califfato non può essere solo condotto dalla coalizione, dai suoi raid aerei e dai provvedimenti per strangolarlo finanziariamente, ma che si deve trovare una «soluzione politica». Il presidente ha ricordato che gran parte dell’instabilità e delle guerre oggi combattute nel mondo scaturiscono dalla battaglia «fra i popoli sunniti e quelli sciiti».
NIENTE SOLDATI
Nella lunga intervista al popolare programma giornalistico, Obama ha ribadito che non intende «inviare soldati». In realtà il suo stesso Paese non gli crede, e neanche i politici. Il presidente della Camera, il repubblicano John Boehner ha detto ieri che a un certo punto bisognerà mettere «gli scarponi sul suolo». E anche il 72 per cento degli americani pensa che prima o poi ci sarà bisogno di mandare le truppe americane. Nel frattempo tuttavia la campagna aerea prosegue con quello che il Comando Centrale ha definito «evidente successo». A tutto ieri, la coalizione guidata dagli aerei della Marina e dell’Aeronautica Usa aveva condotto 245 missioni. Al fianco degli aerei Usa nelle 43 missioni contro i bersagli dell’Isis in Siria hanno volato solo gli alleati arabi, cioé i piloti degli Emirati, dell’Arabia Saudita, della Giordania e del Bahrein, con il supporto logistico e di rifornimento in aria da parte del Qatar. Quanto questa partecipazione sia controversa lo prova il fatto che ieri la top gun degli Emirati, la 35enne Mariam al-Mansouri è stata ripudiata dal suo clan, che ha dichiarato di essere leale ai miliziani del Califfato. In occidente la pilota è diventata il simbolo della lotta degli islamici moderati contro i fanatici. Ma per la sua stessa gente Mariam è una traditrice da ripudiare. Per quanto riguarda invece i 212 attacchi della coalizione contro i bersagli del Califfato dentro l’Iraq il supporto è ben più vasto ed è venuto – o sta arrivando – dall’Australia e da vari Paesi europei (il piccolo Belgio ha promesso l’invio di ben 120 piloti). Tuttavia il moltiplicarsi dei membri della coalizione riguarda le missioni in Iraq, non l’allargamento alla Siria. Solo il premier britannico David Cameron, che ha appena avuto il via libera del Parlamento per partecipare ai bombardamenti in Iraq e che ha dato ordine a 6 Tornado di base a Cipro di prepararsi, ha detto che sarebbe «legale e appropriato» estenderli alla Siria.
KOBANE
Mentre si aspetta per sapere che passi intenda compiere la Turchia, il Paese della regione più esposto all’avanzata dell’Isis, la cittadina siriana di Kobane, a pochi chilometri dal confine turco, rischia di cadere nelle mani dei miliziani del Califfato. I difensori della cittadina a maggioranza curda hanno chiesto insistentemente che gli aerei della coalizione intervengano. Ma ieri le missioni si sono concentrate sulle vicine raffinerie petrolifere. In serata è stato colpito anche il più grande complesso di gas della Siria, l’impianto Coneco, che è in mano all’Isis. Esperti di strategia militare hanno spiegato che colpire le raffinerie è un modo sicuro di impoverire l’Isis, che trae sussistenza dalla vendita di contrabbando del petrolio che riesce a estrarre nei pozzi che ha conquistato. Aiutare la cittadina sembra invece quasi impossibile, almeno allo stato attuale: a differenza dell’operazione unitaria fra curdi e soldati iracheni che ha portato alla liberazione di Amerli, la cittadina nel nord Iraq conquistata dal Califfato lo scorso agosto, a Kobane non ci sono soldati ben addestrati che possano difendere il territorio dopo le missioni di bombardamento.

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