Nomine, più poteri a Palazzo Chigi

Palazzo Chigi

La riforma della Pubblica amministrazione, dopo mesi di sonno, riparte. E si ricomincia da un tormentone che aveva tenuto banco per buona parte della scorsa estate e poi giustamente abbandonato: la fusione tra il Pra dell’Aci e la Motorizzazione Civile. In Senato è passato l’emendamento del governo per una «eventuale» fusione delle due istituzioni. Ma un subemendamento del senatore del Pd Roberto Cociancich ha introdotto anche la possibilità «eventuale» che invece di fondersi le banche dati del Pra e della Motorizzazione diventino più semplicemente «interoperabili». Significa che sopravviveranno tutte e due le strutture e che, al massimo, dovranno collegare i propri dati per arrivare ad un documento unico. Per ora, insomma, si è deciso di non decidere. Su un altro punto, invece, si è fatto un passo in avanti. È stato approvato un emendamento del relatore che punta a sbloccare il meccanismo della conferenza dei servizi, nata proprio per evitare paralisi burocratiche ma poi trasformata in un ostacolo, congelata da poteri di veto.
Le amministrazioni che non partecipano alla conferenza o che non danno il loro parere nei tempi, poi non potranno annullare in autotutela i provvedimenti che autorizzano le opere. Una sorta di norma «anti-nimby», dall’acronimo inglese not in my backyard (non nel mio giardino).
I PROSSIMI PASSI
Tuttavia, sarà solo da oggi che si entrerà nel vivo, procedendo verso gli articoli più «sensibili». Come per esempio il numero sette, uno probabilmente dei meno dibattuti fino ad oggi, ma che potrebbe avere sensibili impatti. Tra le altre cose, l’articolo sette della riforma della Pubblica amministazione, rafforza i poteri di Palazzo Chigi a scapito di quelli degli altri ministeri, in primis quello dell’Economia. A cominciare dalle nomine nelle società pubbliche. «I procedimenti di designazione o di nomina di competenza, diretta o indiretta, del governo o dei singoli ministri», si legge nell’emendamento presentato dal relatore Giorgio Pagliari, devono essere effettuati «in modo da garantire che le scelte, quand’anche da formalizzarsi con provvedimenti di singoli ministri, siano oggetto di esame in consiglio dei ministri». La maggior parte delle società pubbliche sono partecipate dal Tesoro, che esercita i diritti dell’azionista, compreso quello di compilare le liste dei consigli di amministrazione. Queste scelte, ora, dovranno passare per il consiglio dei ministri. In realtà nei fatti, almeno nell’ultima tornata di manager pubblici, la scelta dei capi azienda è già avvenuta con una forte presenza di Palazzo Chigi, in un confronto, a volte anche dialettico, con il Tesoro. Con le nuove norme il ruolo di Palazzo Chigi verrebbe «istituzionalizzato». Stesso discorso anche per la vigilanza sulle Agenzie nazionali, come quella delle Entrate o del Demanio. L’emendamento prevede di rivedere la vigilanza, che oggi è in capo al Tesoro, «al fine di assicurare l’effettivo esercizio delle attribuzioni della Presidenza del consiglio». Intanto ieri a margine della Commissione, il ministro Madia ha spiegato che sulla legge 104 il governo fermerà gli abusi, ma non saranno rivisti i diritti di chi ha in carico disabili.

Il Messaggero