Nepal, apocalisse nei piccoli villaggi Si cercano ancora dieci italiani

NEPAL

«Cara mamma, io sto bene. Ero sulle montagne. A Katmandu è tutto distrutto». Con queste parole inviate via Skype, Aaron Hell di Bolzano, 22 anni, si è materializzato tra gli italiani salvi. «Restiamo qui a dare una mano» hanno scritto per mail due giovani di Trento, Giovanni Stolfo e Michele Dealini, rispettivamente 29 e 30 anni. Con un sms alla mamma si è fatto invece vivo Leonardo Cimberle, 19 anni, di Bassano del Grappa, partito mesi fa da casa per fare volontariato. Fino a ieri non si avevano loro notizie, erano tutti e quattro nell’elenco di quelli che la Farnesina ha definito gli «irreperibili», una definizione che lascia aperta la speranza, perché una telefonata non arriva anche solo perché un ripetitore è stato danneggiato.
EMERGENZA SANITARIASono 375 gli italiani rintracciati ed erano quaranta, e ora sono rimasti in dieci quelli di cui non si hanno tracce, a cui corrispondono dieci famiglie che vivono ancora l’angoscia dell’attesa da quando, sabato, il terremoto ha devastato il Nepal. Una tragedia con numeri che non ancora non si fermano: sono 5.057 i morti accertati, quasi mille in più rispetto al giorno prima. Con il premier Sushil Koirala che ammette che potrebbero essere anche più del doppio, alla fine, e azzarda una stima che è una sfilza di zeri: diecimila morti. Un milione sono i senza tetto, otto milioni – secondo l’Onu – i nepalesi in qualche modo coinvolti dalla tragedia. Mentre è una corsa contro il tempo quella dei soccorsi. Con aiuti che è difficile portare a destinazione, non solo per l’inaccessibilità dei luoghi, ma anche per motivi imprevedibili: quattro aerei dell’aeronautica militare indiana sono stati costretti a tornare indietro perché l’aeroporto di Katmandu era congestionato, e non c’era una pista dove atterrare. Manca ogni genere di prima necessità: cibo, medicinali, tende da cui proteggersi dalle piogge frequenti in villaggi rimasti senza case. I nuovi tetti sono lamiere, oppure alberi. A Katmandu l’acqua potabile è in parte inquinata dalle fogne danneggiate dal sisma. Sono diecimila i feriti, e negli ospedali non c’è posto – e non ci sono medici – per tutti. «Manchiamo di tutto, lavoriamo 24 ore su 24 fino allo sfinimento, stanno finendo le scorte di medicinali, siamo costretti ad amputare arti per evitare la morte ai feriti» sono gli appelli dei medici nepalesi.
Il Wfp, Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, da oggi distribuirà riso nel distretto di Gorkha, una delle aree più colpite. Il Wfp sostiene che fornirà cibo a 1,4 milioni di persone. Ci sono polemiche, ma il premier Koirala ammette: «Le nostre operazioni di soccorso alle vittime non sono state efficaci». Spiega che «il governo ha ricevuto centinaia, migliaia di richieste di soccorso anche dai villaggi più remoti», ma che «l’amministrazione è riuscita a fare ben poco in molte aree per la carenza di macchinari e di personale addestrato a questo tipo di disastri».
GHODATABELAIl ministro dell’Interno, Ban Dev Gautam, a sua volta riconosce che «non eravamo preparati per una tragedia di queste dimensioni». E poi ci sono le scelte dei primi soccorritori sopraggiunti dall’estero, indiani, cinesi, francesi e statunitensi che avrebbero privilegiato all’inizio i luoghi più famosi (città d’arte e sentieri conosciuti), quelli frequentati dai turisti, mentre il terremoto ha colpito ovunque. E ci sono villaggi dell’Himalaya, come Ghodatabela, di cui si è parlato per la prima volta solo ieri: travolto da una valanga, con 250 dispersi, non è stato ancora raggiunto dai soccorsi perché la pioggia, su strade sterrate e impervie, è diventata l’ostacolo definitivo. Ma sono due milioni gli abitanti di un arcipelago di villaggi, disseminati in valli lontane, isolati e a volte abbandonati.
E riescono appena a consolare, o a dare speranza, storie come quella di Sunita Sitoula, recuperata viva dopo cinquanta ore da sotto due lastroni di cemento in un sobborgo di Katmandu. Non ci fossero stati suo marito, e i figli, usciti indenni dal crollo del loro appartamento, in un palazzo di cinque piani, a chiedere di cercarla, chissà se mai si sarebbe riusciti a salvarla.

IL MESSAGGERO