Napolitano: resto fino al 31 poi valuterò Renzi schiera il Pd: veloci sull’Italicum

GIORGIO NAPOLITANO 3

Parola d’ordine: accelerare. Non c’è alcun motivo, alcun astensionsimo, alcuno sciopero sindacale, che giustifichi la frenata o, peggio, l’arresto del processo riformatore. Italicum e abolizione del Senato devono andare avanti. Il pedale sull’acceleratore Matteo Renzi lo ha schiacciato in direzione, che al termine ha votato un odg che chiede di procedere «senza indugio» sulla strada delle riforme, con due soli contrari. Una risposta anche a Silvio Berlusconi, che aveva chiesto di invertire il processo: «Prima l’elezione del nuovo capo dello Stato, poi la legge elettorale». Nient’affatto, all’inversione dell’ex Cavaliere il premier segretario risponde picche. Non è una questione di lana caprina o se è nato prima l’uovo o la gallina. Per Renzi, aspettare la kermesse che dovrà eleggere il nuovo inquilino del Colle «equivale a bloccare il processo riformatore già avviato e a buon punto», cosa che per Berlusconi si presenta invece diversamente.
IL COMUNICATO

Ma c’è un convitato di pietra, nella discussione accesasi tra i due contraenti del famoso patto del Nazareno, un convitato che si chiama Giorgio Napolitano. Proprio nel bel mezzo della direzione, Renzi deve uscire dalla stanza «per una telefonata istituzionale», come lui stesso riferirà. La cosa provoca una qualche irritazione in Gianni Cuperlo cui tocca intervenire in quel momento («mi dispiace che il segretario non ci sia»), ma l’esponente della minoranza non sa che Renzi sta parlando con il Colle. Il motivo? Dal Quirinale, a direzione del Pd in corso, emettono un comunicato che serve a chiarire alcuni punti oggetto di interrogativi e supposizioni di questi giorni, se non di queste ore, nel Palazzo. Comunica il Quirinale che «è assolutamente gratuito ipotizzare dimissioni del Capo dello Stato prima della conclusione del semestre europeo», solo «al termine del quale il Presidente compirà le sue valutazioni». Dunque, Napolitano non si dimette prima della fine dell’anno, come invece era circolato nei giorni scorsi. E perché non ci siano equivoci, il Colle fa anche sapere che le valutazioni e decisioni del Presidente sulle sue dimissioni «devono essere tenute completamente separate dall’attività di governo». No, in sostanza, a proroghe o a tirate per la giacchetta di prolungare il mandato in base a esigenze o pressioni da palazzo Chigi o da altre istituzioni. Conosciuti il senso e il contenuto del messaggio, a Renzi non è rimasto che tornare alla presidenza della direzione e insistere con l’accelerazione sulle riforme, consapevole che la rete di protezione del Quirinale verrà meno quanto prima.
Davanti al parlamentino dem, il segretario ha svolto tre capitoli: «S’avanza una nuova destra, quella dei Salvini e della xenofobia, stiamo attenti ma noi dobbiamo affrontarla senza avere paura». Secondo: «Grillo è saltato, ma non perché stanchino, ma perché è andato a sbattere contro il Pd e il 40 per cento alle Europee», ai grillini si può, si deve aprire, bisogna coinvolgerli, «senza che questo significhi strane alleanze o chissà che altro». Terzo: «Il Pd conferma di stare sopra il 40 per cento, ma deve decidere che fare da grande». Renzi ha rifiutato l’analisi del voto astensionista emiliano come segno di protesta per il Jobs act («se c’era questo voto di protesta a sinistra, non è però andato alle formazioni alla nostra sinistra»), bensì ha prevalso la protesta per gli scandali locali che hanno investito 41 consiglieri su 50, suffragato in questo dall’intervento di Balzani, lo sconfitto alle primarie emiliane: «Sulle schede nulle non c’era scritto Jobs, ma ladri». Nessuna stilettata verso le minoranze, alle quali ha piuttosto chiesto di soprassedere alla discussione interna autoreferenziale, «il dibattito congressuale lo faremo nel 2017». Le minoranze non hanno a loro volta inasprito i toni, ma hanno puntato la loro critica su due punti: l’astensione emiliana causata dal Jobs e dalle polemiche con il sindacato e, secondo, se è vero che non c’è più il patto del Nazareno, «allora ridiscutiamo alcuni punti dell’Italicum». Ma Renzi ha stoppato: «L’accordo non è rinegoziabile, è frutto dell’intesa con Ncd, altri spezzoni di maggioranza, e FI». Accolto dalla presidenza un odg della minoranza che chiede di discutere nei circoli.

Il Messaggero