Napolitano, ipotesi addio anticipato

GIORGIO NAPOLITANO

ROMA E’ un bilancio in agrodolce, in cui pesano fattori contrastanti, quello che traccia Giorgio Napolitano ad un anno dalla sua rielezione al Colle. In una lettera al “Corriere della Sera”, il capo dello Stato non esita a sottolineare di aver pagato «un prezzo allo spirito di fazione nei consensi convenzionalmente misurabili». Implicito quanto trasparente e amareggiato riferimento agli attacchi sovente scomposti, a suo parere ingiusti, cui è stato sottoposto dai grillini (ma non solo), culminati nella richiesta d’impeachment rapidamente archiviata. Ma Napolitano non si mostra assolutamente pentito della scelta compiuta un anno fa: quando di fronte ad un Parlamento incapace di eleggere il suo successore, accettò «oborto collo» e a ben precise condizioni la reinvestitura invocata dai leader dei principali partiti e dai presidenti delle Regioni.
Il motivo per cui Napolitano si mostra moderatamente soddisfatto e giudica in termini positivi questo periodo di impegno supplementare è facilmente comprensibile. Oltre ad un miglioramento delle condizioni economico-finanziarie del Paese, c’è stata negli ultimi tempi un’accelerazione del processo riformista secondo quella strategia del «doppio binario» sollecitata dallo stesso Napolitano dopo il voto del febbraio 2013: la maggioranza di governo non deve coincidere necessariamente con la maggioranza per le riforme istituzionali (auspicabilmente la più ampia possibile). Con la scissione nel centro-destra e con il «patto del Nazareno» tra Renzi e Berlusconi per l’Italicum e con il ddl costituzionale per il nuovo Senato, la fine del bicameralismo perfetto e la riforma del Titolo V, questo itinerario ora si palesa possibile. 
LE INSIDIE
Certo, lo stesso Napolitano non ignora le insidie, gli ostacoli che ancora si frappongono a intese durature e stabili. Aggiustamenti sono possibili in corso d’opera. Egli stesso si dice pronto a confrontarsi con quei costituzionalisti critici verso i progetti di riforma. Ma il traguardo comincia a intravedersi. Ciò induce Napolitano ad un’affermazione significativa: «Confido che si stiano per realizzarsi le condizioni che mi consentano di prevedere un distacco comprensibile e costruttivo dalle responsabilità che assunsi un anno fa». Niente date di possibili dimissioni, per carità. Settembre prossimo o – come appare più probabile – fine anno al termine di quei diciotto messi indicati da Napolitano all’allora premier Letta come un periodo congruo per mettere in cantiere le riforme? Il capo dello Stato non avalla previsioni o ipotesi di alcun tipo e si riserva piena libertà nelle sue decisioni. Tra l’altro, molto dipenderà dai risultati dei principali partiti al prossimo voto europeo e dalla capacità del governo Renzi di accelerare sulla legge elettorale e sulle riforme, anche in concomitanza con il semestre italiano di presidenza Ue. Ma l’impressione è che a quel momento del congedo Napolitano ci stia pensando. Con una sola preoccupazione: che esso non rechi alcun danno alla stabilità istituzionale del Paese. 

IL MESSAGGERO