Napolitano difende le riforme «Deciderò io quando lasciare»

GIORGIO NAPOLITANO 6

ROMA Non nasconde la forte preoccupazione per il rischio che, ancora una volta, il convoglio delle riforme istituzionali possa arenarsi nel gioco perverso dei veti e delle inconcludenze. Ma non sembra disposto a tollerare altri rinvii e vuole sgomberare il terreno da qualsiasi alibi: compreso quello della sua ulteriore permanenza sul Colle («Sulle mie dimissioni decido io»). Di qui l’energica e articolata messa a punto di Giorgio Napolitano nella tradizionale cerimonia della consegna del Ventaglio da parte della stampa parlamentare. Di fronte agli attacchi, alle polemiche velenose che investono in queste ore il governo Renzi nel dibattito sulla riforma del Senato, il monito del capo dello Stato è categorico: «Non si agitino spettri di insidie e di macchinazioni autoritarie». Nessun colpo di mano, ma necessità di larghe intese. «Il progetto di revisione della seconda parte della Costituzione di cui Renzi si è fatto iniziatore – spiega Napolitano – è un impegno assunto su mandato del Parlamento e l’orizzonte fu sin dall’inizio quello di un’ampia convergenza politica in Parlamento». Quindi – incalza il Presidente a difesa della riforma proposta dall’esecutivo – non c’è stata alcuna «improvvisazione» né «improvvida frettolosità». Anche grazie alla serena discussione parlamentare durante la quale è stata accantonata la procedura straordinaria. Ma il punto principale della riforma del Senato – secondo il capo dello Stato – resta quello di superare il bicameralismo perfetto, «un’anomalia tutta italiana», «un’incongruenza costituzionale».
GLI OBIETTIVI
Di qui il pacato appello a «superare un’estremizzazione dei contrasti, un’esasperazione ingiusta e rischiosa». Un richiamo rivolto ai grillini ma anche ai settori del Pd e di Sel che mettono ostacoli alla riforma. Insomma – ammonisce il capo dello Stato – non si miri a rinviare per determinare un «nuovo nulla di fatto». Invece, è tempo di agire. Anche su altri fronti. Napolitano cita la riforma della legge elettorale già approvata in prima lettura alla Camera. Ma il presidente è convinto che essa vada «ridiscussa» con la massima attenzione per concordare «significative modifiche» e compiere le «verifiche di costituzionalità». Insomma, anche il Colle ritiene che debbano essere introdotti correttivi all’Italicum (magari sulle liste o sul premio di maggioranza). Inoltre, più in generale, serve un rafforzamento del sistema delle garanzie costituzionali. Altra riforma sul tappeto, quella della giustizia su cui Napolitano appare più fiducioso («si delineano forse le condizioni per una condivisione finora mancata»). Effetto dei toni più concilianti di Berlusconi dopo l’assoluzione in appello per il caso Ruby? Il presidente ovviamente non si pronuncia, ma è significativo che egli citi un riconoscimento del Cavaliere per «l’equilibrio e il rigore ammirevole» della grande maggioranza dei magistrati italiani.
LE IPOTESI
L’emergenza riforme induce Napolitano a parlare della sua permanenza sul Colle. E così esorta i giornalisti ad astenersi dal «gioco sterile» delle ipotesi che partono da quella dichiarazione del 22 aprile scorso, quando avvertì che senza l’avvio di un processo riformista egli ne avrebbe tratto le conseguenze. Napolitano invita a non «dare interpretazioni estensive» a quel riferimento né a omettere «l’altra riserva» sulla sostenibilità dell’incarico considerate l’età e le condizioni fisiche. «E’ una decisione che compete solo a me stesso», taglia corto Napolitano, che si dice concentrato sull’oggi e sulla continuità istituzionale per tutta la durata del semestre di presidenza italiana nell’Ue. Quindi, di qui a dicembre, niente dimissioni. Poi da gennaio a giugno prossimo, la forchetta entro cui potrebbe concretarsi l’addio al Colle. Non mancano, nel discorso, un richiamo alla ripresa economica ancora incerta e all’urgenza di politiche per la crescita e l’occupazione (soprattutto giovanile) né un allarmato riferimento alla drammaticità della crisi internazionale anche dopo l’abbattimento dell’aereo in territorio ucraino. Serve un rilancio della politica estera di sicurezza europea, e Napolitano ricorda che l’Italia può indicare un proprio candidato (la Mogherini) alla guida della Pesc.

IL MESSAGGERO