Napoli, ventimila per l’ultimo saluto a Ciro Esposito «Basta con l’odio»

ciro tieni duro

NAPOLI Ventimila, forse trentamila, forse anche di più. La piazza Giovanni Paolo II, ribattezzata ieri dalla gente di Scampia piazza Ciro Esposito, non ce la faceva a contenere i giovani e i meno giovani, i tifosi e chi di sport non capisce niente, gli uomini con i bambini sulle spalle, le ragazze abbracciate ai fidanzati, i ragazzetti dei club giovanili di calcio, i napoletani, i milanesi, i palermitati, gli abruzzesi, i beneventani, i sardi e tutte le delegazioni arrivate dal nord e dal Sud per salutare il tifoso ucciso a Roma e rendere omaggio alla sua famiglia. 
LA FAMIGLIA
È stata la mamma di Ciro, Antonella Liardo, che è stata sempre accanto al figlio in queste lunghissime settimane di dolore, a chiedere ancora una volta che non ci sia più violenza nello sport affinchè questa morte non sia dunque un sacrificio inutile. Un appello rilanciato con forza anche dalla fidanzata: «Ciro era un ragazzo, non un ultras. Il suo era un tifo pulito – ha detto – non sorretto dalla violenza, sotterrate la violenza». Poco dopo le tre la bara, nascosta dalle sciarpe portate dai supporter delle squadre di calcio di mezza Italia lascia la camera ardente portata a spalle dagli amici del ragazzo che a malincuore dopo un centinaio di metri la lasciano al carro funebre che si avvia per le strade del rione accompagnata dal coro ritmato: «Ciro uno di noi». Poi, quando alle 16 arriva in piazza il cordone organizzato dagli amici viene travolto e la pedana destinata alla famiglia viene invasa. 
LA PREGHIERA
Nella confusione generale la cerimonia con il rito evangelista voluta dalla famiglia non riesce a cominciare e solo quando Antonella, la mamma di Ciro, prende la parola e tuona: «Questo è il momento della preghiera», partono i canti e le letture. La parola passa al pastore evangelico. «Ragazzi non siate animati da sentimenti di odio e di vendetta – dice il religioso – Allo stadio portate bandiere e fischietti, non spranghe. Momenti come questo non si devono ripetere in nessuna città italiana. Mandiamo questo messaggio: Napoli è una città di amore. Vogliamo mettere il male in minoranza. Gli assassini devono pentirsi». E poi conclude con un’invocazione: «Napoli risorgi!». Don Aniello Manganiello, che a Scampia è stato parroco recita il Padre Nostro con la famiglia. Poi Pasquale, il fratello di Ciro gli dedica una canzone e la parola passa «agli amici che ci sono stati vicini in queste settimane e che dovete rispettare. Tutti», come spiega alla folla lo zio di Ciro, Vincenzo. Dopo il presidente della circoscrizione, Angelo Pisani, che è anche avvocato della famiglia, ed Enzo Cuomo, il senatore Pd che ha presentato un’interrogazione per chiedere le dimissioni del Prefetto e del Questore di Roma ed ha più volte incontrato la famiglia al Gemelli, «Oggi nel cuore e nel corpo di ogni napoletano c’è Ciro – conclude il sindaco di Napoli Luigi de Magistris – La fierezza, dignità e coraggio della famiglia di Ciro hanno fatto capire all’Italia come ci si comporta. Siccomme Ciro era di Scampia hanno detto che siamo tutti brutti, sporchi e cattivi. Oggi la verità sta venendo fuori: no all’odio e alla vendetta. Sì alla giustizia. Ora deve pagare anche chi a Roma non ha garantito l’ordine pubblico». 
L’INCHIESTA
Dalle ultime indagini è emerso che Ciro Esposito nell’agguato dell’Olimpico venne raggiunto da due colpi di pistola, di cui uno lo colpì di striscio. Il dato emerge dalle indagini, e anche dal racconto delle sette persone, parenti del giovane tifoso napoletano morto mercoledì, sentiti in Questura dagli uomini della Digos. Esposito venne colpito di striscio ad una mano da un proiettile che poi ferì un altro tifoso azzurro. L’autopsia ha, invece, confermato che il colpo esploso dalla Benelli e che ha determinato la sua morte dopo una lunga agonia, venne sparato ad altezza d’uomo.

IL MESSAGGERO