Mosca chiude il gas a Kiev, Europa a rischio

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Come era nella logica degli eventi, è scoppiata la terza “guerra” del gas tra Ucraina e Russia. A nulla è valsa la mediazione dell’Unione europea, che è destinata – nei prossimi mesi e non subito – ad avere non pochi grattacapi per le sue forniture. 
La Gazprom ha infatti tagliato gli approvvigionamenti al Paese vicino, che ha mancato di saldare in tempo utile 1,95 miliardi di dollari di debiti. In passate situazioni analoghe, nel 2006 e nel 2009, le forniture al Vecchio continente avevano subito drastiche riduzioni se non addirittura la loro cessazione. Circa l’80% del gas russo per l’Ue transita in Ucraina. 
«Ordino di preparare una progetto di legge per lo stato d’emergenza nel settore energetico», ha gelato tutti il premier Arsenij Jatseniuk all’apertura di una riunione del governo. Kiev, che ha riserve fino a dicembre ed ha assicurato l’attraversamento del proprio territorio, si appresta ora a difendere le sue posizioni al Tribunale arbitrale di Stoccolma ed ha mandato propri rappresentanti in Ue per spiegare la sua posizione e per accelerare il cosiddetto “flusso inverso” dalla Slovacchia. In breve, alcuni membri Ue comprano per lei quantitativi di metano, che riviaggia verso est usando pipeline la cui direzionalità è stata modificata. 
LA TRATTATIVA
La Gazprom tornerà a vendere a Kiev in futuro solo dopo pagamenti anticipati. «La loro posizione sa di ricatto», ha commentato il premier Dmitrij Medvedev. L’Ucraina ha, in sintesi, cambiato tattica e vuole imporre la volontà del compratore su quella del venditore. In pratica: noi vi diamo questa cifra, se va bene chiudiamo l’affare, altrimenti arrangiatevi. Sull’ultimo accordo firmato i russi hanno concesso a Kiev ad inizio anno sensibili sconti, che successivamente sono stati cancellati con la vittoria dell’euroMajdan. Il prezzo di partenza è oggi di 485 dollari per mille metri cubi. Con un gesto di buona volontà la Gazprom è pronta a diminuirlo di 100 dollari. Gli ucraini hanno risposto che non basta: a novembre il deposto presidente Janukovich avrebbe concordato una quotazione pari a 268,5. 
COSA PUÒ SUCCEDERE
Nella sala moscovita dei bottoni l’allarme suona fortissimo. E se domani l’Unione europea acquistasse gas e petrolio come cliente unico per tutti gli Stati membri seguendo una simile strategia, cosa succederebbe? Finora ognuno ha fatto per sé, ma il premier polacco Tusk ha già proposto in aprile di creare un’unica agenzia per i Ventotto. La Russia forma il suo budget statale per oltre il 50% dai proventi dell’export di materie prime. Soltanto tra 5 anni Mosca potrebbe avere uno sbocco in Asia ed in Cina, dove – dopo un decennio di infruttuose trattative – il presidente Putin ha “mezzo” svenduto in maggio le future forniture. Fino ad allora Gazprom dipenderà completamente dal mercato occidentale. 
La sensazione è che dietro a Jatseniuk e compagni si nascondano in realtà gli ex “satelliti” Ue del Cremlino, i quali vogliono far saltare il banco dell’energia nel Vecchio continente e mettere Mosca a stecchetto. Fino all’autunno i Ventotto hanno riserve sufficienti, ma l’eurocommissario Oettinger ha avvertito di possibili “carenze di gas” già in inverno. Il presidente della Commissione Barroso ha invitato la Russia a fare ulteriori sforzi negoziali. Nello scenario, che si sta prospettando, i Paesi fondatori dell’Ue – Italia, Francia e Germania, da sempre vicini alla Russia – rischiano di perdere posizioni rilevanti. Roma in particolare. Il progetto della condotta “South Stream”, costruita da Eni sotto al mar Nero e bypassante l’Ucraina, è in pericolo come l’obiettivo di far diventare presto la penisola un “hub” energetico continentale.

Il Messaggero