Montezemolo lascia addio da 27 milioni Va a Marchionne la guida della Ferrari

MARCHIONNE_MONTEZEMOLO

ROMA Alcune volte per chiudere una storia è indispensabile uno strappo. Quella di Luca di Montezemolo, che ieri a Maranello ha rassegnato le dimissioni da presidente della Ferrari dopo quasi 23 anni, forse non ne aveva bisogno. La tranquilla conferenza con cui l’ormai ex numero uno del Cavallino (riceverà un’indennità di fine rapporto di 27 milioni) ha passato il testimone all’ad Fiat Sergio Marchionne che in qualche modo era il suo capo non sembra avere legami con l’acceso duello andato in onda nel weekend dell’amaro Gran Premio d’Italia. Toni pacati, atmosfera quasi amichevole. Qualche battuta sì, ma la lunga e fruttuosa collaborazione si è ufficialmente chiusa come logico fosse, con ringraziamenti e nostalgia, da entrambe le parti.
IL POLVERONE? INCOMPRENSIONI

Chi saluta, chiaramente, era molto più coinvolto, ma Montezemolo ha gestito emozioni e sentimenti, mettendo al centro della scena l’azienda che tanto ha amato. Dopo l’intesa raggiunta il giorno prima, in mattinata sono partiti i comunicati ufficiali. Su quello diffuso a Torino c’erano aperti ringraziamenti al manager per il suo operato, sia di Marchionne che di John Elkann, con quest’ultimo che ha ricordato, anche a nome della famiglia, pure i sei anni di presidenza Fiat. L’ad, senza rancore, parlava addirittura di amicizia (cosa che aveva citato anche a Cernobbio) definendo «incomprensioni» quelle manifestate lo scorso weekend. Più distaccata la nota rilasciata a Maranello, Luca ringraziava «donne e uomini» della fabbrica, partner e tecnici, dealer e clienti, collezionisti e tifosi, oltre all’azionista Piero Ferrari che gli «è stato sempre vicino». Accese le telecamere l’abile comunicatore si è messo alle spalle i rancori spendendo parole dolci per tutti, anche per quelli che in qualche modo lo hanno accompagnato alla porta.
L’elenco dei ringraziamenti era ampio, ma niente affatto casuale: Piero, il fedele ingegnere e ora ad Felisia, Michael Schumacher che proprio in questi giorni è tornato a casa. Poi simpatiche bordate a Marchionne che anche ieri ha di nuovo puntato il dito sulle sconfitte in Formula 1 (il resto va alla grande, ma la Ferrari deve vincere): «Quando sono arrivato la prima volta a Maranello mi ha accolto Piero e abbiamo vinto il Mondiale con Niki Lauda, erano 13 anni che non accadeva. Eh Sergio?». E poi: «Ho tanti ricordi bellissimi, ma quello che non riuscirò a dimenticare la telefonata dell’Avvocato nel 2000. Era l’alba, piangeva: Michael aveva conquistato il titolo in Giappone, non succedeva da 21 anni…». In fondo il 2008 non è poi così lontano.
UN POSTO A DETROIT
Ma i tempi cambiano e Montezemolo lo ammette: «Si è chiuso un ciclo, un’era. E grazie alla forza della Ferrari se ne aprirà un’altra che spero sia ancora migliore. Mi riempie d’orgoglio che la Ferrari abbia un ruolo tanto importante per FCA e per gli azionisti, il mio posto lo prende l’ad del Gruppo, questa è un’operazione importante». Montezemolo scherza ancora con Marchionne: «Con Sergio ci siamo parlati e ci siamo chiariti. Per l’Alitalia sto aspettando, il cda ha mandato lui alla Ferrari e sembra che stiano cercando una persona per guidare Fiat-Chrysler a Detroit, magari mi chiamano…». Infine: «Lascio un’azienda sana alla quale sono attaccatissimo, la cosa più importante dopo la mia famiglia. Quando sono arrivato nel ’91 c’era la cassa integrazione, sono contento di aver fatto il mio dovere ed aver servito questo Gruppo straordinario, abbiamo vetture all’avanguardia e ci sono le premesse per il rilancio in F1. Sono sereno. Il rischio americanizzazione? L’unica Ferrari americana è quella che abbiamo realizzato per vendere negli Usa dove festeggiamo 60 anni: 10 esemplari, costano 2,2 milioni l’uno».
Marchionne è stato più conciso: «Dopo una carrellata del genere c’è poco da aggiungere. Domenica ho detto quello che ho detto, è inutile riparlarne. Ma voglio chiarire: non c’è alcuna intenzione di integrare la Ferrari in un sistema più ampio, il Cavallino conserverà la sua autonomia: è inconcepibile una Ferrari costruita fuori da questo posto e non c’è alcun dossier per quotare l’azienda in borsa. Abbiamo fatto un polverone, ma ci siamo chiariti, nelle aziende può accadere, l’amicizia resta». I due concordano che la Rossa è nata per vincere. «Il ritiro di Alonso a Monza non ha certo rasserenato l’atmosfera…», scherza ancora il Presidente. Questa volta è spiritoso anche l’ad: «Se avessimo vinto a Monza mi sarei rimangiato tutto…».

IL MESSAGGERO