Mister 100 milioni fa felice Carletto E addio Barcellona

ANCELOTTI

Tre coppe nazionali per Ancelotti, un triplete che resta a portata di mano per il suo Real: dopo due sconfitte il Madrid senza Ronaldo batte 2-1 il Barça e alza la sua 19a Copa del Rey nel cielo di Valencia. Ancelotti non batteva il Barça dal 2005 e da 7 partite: festeggia le 900 panchine con l’11a vittoria in 15 finali, 9 su 12 a partita unica. Ed è il secondo italiano a vincere la coppa dopo Ranieri col Valencia nel 1999.

Addio Barça Serata emozionante, sporcata dai «buu» razzisti ad Alves, eccitata dall’elettricità del Madrid, tenuta in vita dalla voglia del Barça di smentire chi lo dà per morto, decisa alla fine da uno sprint e da un palo: il primo, impressionante, infinito, con deviazione nell’area tecnica di Martino, di Gareth Bale. Il secondo sfortunato di Neymar: i due giocatori da 100 milioni. Decisivi. Il Barcellona in 9 giorni ha buttato via tutto: Champions, Liga (quasi, salvo cataclismi) e Copa del Rey: non perdeva 3 partite dal 2003. Ora perderà anche l’allenatore e forse qualche giocatore, se la Fifa gli permetterà di comprare per sostituirli.

Ronaldo zoppicante Prima della gara: la relativa tranquillità nella quale è scorsa la giornata delle due tifoserie, tra sole, birra, mare, sudore e cori più o meno presentabili. E la camminata dell’infortunato Cristiano Ronaldo nel breve tragitto dal pullman. Il portoghese, oberato da un pacchianissimo zaino di cuoio chiaro appesantito da un’infinità di borchie si muoveva in una postura che potremmo descrivere tra il teso e lo zoppicante. In tribuna il duello è tra il «Que viva España» cantato dai madridisti e l’urlo «Independenciá» dei catalani. Mestalla diviso dall’inno: applausi bianchi, fischi blaugrana, due onde sonore che s’infrangono sul pallone, in mezzo al campo.

Crisi al pentagono Un’ora prima della gara Puyol e Bartra escono dall’infermeria. Gioca il più giovane. Dalla cintola in su, Martino decide di dare ancora fiducia al discusso «Pentagono» che gli permette di usare Iniesta, Xavi e Fabregas insieme ma che manda Neymar a destra dove è meno a suo agio e soprattutto sembra togliere ispirazione a Messi che gira per il campo disinteressato, mentre Cesc lo fa spaesato. Ancelotti cambia leggermente il modulo: l’abituale 4-3-3 diventa un 4-4-2 con Di Maria in aiuto al centrocampo, diciamo per bilanciare con il suo dinamismo le carenze difensive di Isco. Che invece si applicherà in maniera encomiabile.

Molle Pinto Il Madrid parte meglio e approfittando dell’apatia avversaria segna dopo 10 minuti: Isco in uno slancio di concretezza morde Alves e gli ruba palla. Scarico su Benzema che lancia Di Maria. Al resto ci pensa Pinto, molle molle sul diagonale incrociato prevedibile e blando dell’argentino. Hai voglia a rimpiangere Guardiola, a pensare ai bei tempi del tiqui-taka, a rimirarti nel distorsivo specchio del possesso: se non corri quando hai la palla, se non aiuti quando la perdi, se non sei «solidario» come dicono qui nelle due fasi, c’è poco da fare. Accumuli possesso senza vita, gli avversari si difendono senza grande stress e se recuperano palla hanno buone chances di fartela pagare. Il Barça impiega 20 minuti per tirare, e nella prima parte non crea pericoli veri. Il Real sorretto da una grande Benzema si lancia in contropiede approfittando dell’assenteismo blaugrana ma pecca di frenesia ed egoismo (Bale) e così se ne vanno occasioni interessanti e la gara resta aperta, vibrante, spettacolare. Il Barça si scuote, inizia a premere con maggior vigore e su angolo Bartra sovrasta Pepe e trova il pareggio al 69’, un attimo prima Pinto aveva deviato sul palo un tiro di Benzema. Il Madrid che incassa il primo gol in questa coppa (9 partite) è un misto di paura, coraggio e fede, che viene premiata due volte: prima dalla volata di Bale, che brucia Bartra e insacca tra le gambe dell’inadeguato Pinto, poi vede Casillas andare a ringraziare il palo che ha fermato Neymar. Fortuna, si. Anche per questo i madridisti vogliono San Iker in porta.

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