«Missione suicida nell’aereo scomparso»

Malaysia Airlines

ONDRA Sono gli indizi finora più credibili per localizzare l’aereo scomparso. Centoventidue oggetti galleggianti nel sud dell’Oceano Indiano, proprio nella zona in cui si stanno intensificando le ricerche dell’MH 370. Misurano da uno a 23 metri, sembrano di materiale duro e compatto. Il ministro dei Trasporti malesi ieri ha dato la notizia come rappresentasse una svolta nelle indagini. Finalmente la prova dello schianto del Boeing che i familiari delle 239 vittime pretendono dall’8 marzo scorso. Prima però bisognerà recuperare i presunti rottami. L’area è tra le più remote al mondo, una zona di 470.000 miglia nautiche quadrate a 2.500 chilometri sud-ovest di Perth, in Australia. Con la speranza di trovare anche la scatola nera che fra pochi giorni esaurirà la sua autonomia e non lancerà più segnali, rendendo il suo ritrovamento ancora più complicato.
LE IPOTESI
La black box è la sola possibilità per capire cosa sia successo a bordo dell’aereo. Tutte le teorie sono ancora sul tavolo, compresa quella del dirottamento, di un incendio e di un guasto strutturale. Ma una su tutte sta prendendo piede: la missione suicida. Il principale responsabile sarebbe il capitano Zaharie Ahmad Shah. Uno dei pochi, forse l’unico, che a bordo aveva la competenza tecnica per spegnere manualmente il trasponder e poi cambiare rotta. Un investigatore ha svelato al Daily Telegraph: «Abbiamo studiato tutti i dati in nostro possesso e l’aereo si è comportato in modo razionale, ovvero qualcuno lo ha guidato». Usa Today sostiene che i detective non abbiano trovato prove di problemi meccanici o di un possibile dirottamento. E il Daily Mail scrive che Shah era appena stato lasciato dalla moglie e secondo un amico non era nello stato mentale giusto per volare.
LA ROTTA
Sappiamo dai radar militari che subito aver cambiato rotta il Boeing 777 è volato ad alta quota, tra i 43.000 e i 45.000 piedi per 23 minuti prima di scendere più in basso. Con la cabina depressurizzata sarebbero bastati 12 minuti perché l’ossigeno terminasse e i passeggeri, piloti compresi, perdessero conoscenza. Il capitano potrebbe aver precedentemente impostato il percorso e l’aereo potrebbe aver continuato indisturbato la sua corsa prima di finire il carburante e precipitare in mare. Questo spiegherebbe anche perché nessun passeggero, in ben 7 ore, abbia provato a dare l’allarme con il cellulare.

Il Messaggero