Milan, solo macerie. Nel mirino soprattutto Balotelli

Balotelli

MILANO Altro che antivirus. Il Milan è ancora un malato cronico, la dinamica dell’eliminazione dalla Champions League ha confermato che i primi due mesi della gestione Clarence Seedorf non hanno cambiato la diagnosi della squadra, attesa da un futuro pieno di ombre e incertezze attorno soprattutto ai due personaggi considerati chiave: l’allenatore, appunto, e la (presunta) stella, Mario Balotelli.
Qualche tifoso ha contestato l’attaccante quando il Milan è sbarcato a Malpensa nel pomeriggio. Ma già a Madrid, subito dopo la disfatta, un primo “processo” è andato in scena nello spogliatoio del Calderon, un confronto all’interno della squadra da cui non sarebbe uscito bene Balotelli. Anche i compagni si attendevano una prova da leader, e invece non sono passati inosservati i gesti di stizza dell’attaccante verso i vari Emanuelson, Pazzini e De Jong, così come l’inutile ammonizione per proteste che sarebbe costata la squalifica nell’andata dei quarti e lo costringerà a saltare la prossima partita europea.
Elementi che (come qualche comportamento troppo esuberante e tweet poco opportuno) stanno rendendo sempre meno solido il legame fra il Milan e l’attaccante, candidato numero uno a essere la cessione eccellente della prossima estate.
Intanto Balotelli ha tinto di nero, come a lutto, il proprio profilo Twitter, e probabilmente dello stesso colore è l’umore di Silvio Berlusconi. Non filtra nulla sui suoi pensieri, ma il presidente rossonero non può essere contento della brutta figura europea, che ha subito fatto aleggiare le ombre di Pippo Inzaghi e Luciano Spalletti sulla testa di Seedorf.
Forse è presto per metterlo in bilico, Adriano Galliani aveva chiarito che il crocevia Champions non era un esame, ma adesso l’ex centrocampista fa i conti con un bilancio piuttosto severo. Ha accettato di prendere il Milan in corsa senza attendere l’inizio della nuova stagione, ma nelle prime 11 partite della sua nuova carriera ha infilato 6 sconfitte, collezionando cifre peggiori rispetto a quelle raccolte nelle 27 gare di quest’anno dal suo predecessore Massimiliano Allegri: 1.18 punti a partita (contro 1,37), 0.9 reti segnate (1.59) e 1.36 subite (1.33).
Da subito l’olandese ha dovuto difendere la scelta di puntare su un modulo a trazione offensiva insostenibile per una squadra senza fiato e gambe. E hanno suscitato non poche critiche anche le soluzioni adottate a Madrid, con De Sciglio lasciato in panchina senza particolari problemi fisici, Essien titolare ma senza gli automatismi e l’energia che forse avrebbe garantito Muntari, e Pazzini inserito solo a metà ripresa, dopo il 2-1. Il resto l’hanno fatto (o non fatto) i giocatori.