«Milan, non sono di moda ma io voglio correre E a Berlusconi ora dico…»

Donadoni

Il passato, il presente e, forse, il futuro. Tutto insieme, in una miscela di emozioni e di passione, di ricordi e anche di tensione. Giornata tosta, domani, per Roberto Donadoni che porta il suo Parma a San Siro e si trova di fronte il Milan. Lui, per anni sottovalutato come tecnico, considerato un anti-personaggio, un po’ burbero e un po’ troppo schivo per gli standard della comunicazione moderna, ora si affaccia sul palcoscenico con l’etichetta di «allenatore del momento». E dall’altra parte, sulla panchina rossonera, c’è uno che non sta passando giorni tranquilli: Clarence Seedorf, dopo il disastro di Madrid seguito da polemiche, critiche, bacchettate e propositi di rifondazione, sta cominciando a capire che in Italia non vi è nulla di più precario della gloria calcistica. Donadoni, con gesto cavalleresco, gli porge un assist e dice: «Quando esci in quel modo dalla Champions League e non hai continuità di rendimento in campionato, è normale che piovano le critiche. Ma serve il giusto equilibrio, soprattutto nei momenti delicati. Caricare di tensione l’ambiente, purtroppo, è un male del nostro mondo: quello del calcio in particolare. Penso che per giudicare una situazione, quella del Milan come quella di altre realtà, sia necessario conoscere a fondo tutte le sfaccettature. Altrimenti sono parole, e le parole volano via…».
Donadoni, che partita sarà Milan-Parma?
«Difficile per noi. Anzi: molto difficile. Non avremo Paletta, uomo importantissimo, e il Milan ha mille motivi per mettere sul campo tutte le sue energie. Insomma, è il momento peggiore per incontrare i rossoneri. Però non abbiamo intenzione di fermarci, quindi…».
Che Parma vedremo?
«Abbiamo fatto 15 risultati utili consecutivi, che non sono pochi, e vogliamo proseguire la corsa. Il segreto di questi successi sta nel desiderio di migliorarsi. Sempre, tutti i giorni, in ogni allenamento. Noi, per puntare in alto, dobbiamo avere il gusto di fare fatica. Ecco, se c’è quello, sono tranquillo».
Si può dire che la sfida è un esame per il Milan, perché deve riscattarsi, e per voi, perché dovete dimostrare di avere personalità contro una big?
«Per il Parma è sempre un esame. L’importante è capire che una stagione intera non si può giudicare da un solo risultato. Sarebbe riduttivo. Discorso che vale per il Parma e anche per il Milan».
Come si vive da «allenatore del momento»?
«Non mi cambia nulla. Cerco di godermi questi attimi con la mia società e con i miei giocatori: se è vero che sono l’allenatore del momento, sono stati loro, i giocatori, a farmi arrivare a quel livello».
Vabbè che lei è modesto, però si renderà conto che questa è la sua migliore stagione, o no?
«In funzione dei risultati, sì. Ma non ci sono soltanto i risultati. Di certo oggi mi rendo conto di essere migliorato e questa è una grande soddisfazione».
Pensa di essere stato sottovalutato?
«Non credo. In passato mi sono scontrato con qualcuno, giornalisti, gente del settore che magari nemmeno mi conosceva. Ma non me la sono mai presa. Vado avanti per la mia strada, senza chiedere niente a nessuno».
Dicono che la sua immagine sia poco glamour per il calcio di oggi. Ma l’immagine conta?
«Sì. Ma io sostengo che è meglio essere padrone dei propri silenzi che schiavo delle proprie parole. E’ un vecchio detto, non è farina del mio sacco, però mi ci ritrovo. Insomma, più sostanza che forma».
Proprio un bergamasco tosto.
«E’ un modo di essere. Al Milan, quando giocavo, mi chiamavano “osso”. Non mollavo mai. Sono fatto così: quando vado a casa dopo l’allenamento devo poter dire “ho dato il massimo”. Sennò vivo male. Sono molto esigente: con me stesso e, di conseguenza, con gli altri».
Nel suo modo di lavorare c’è più Sacchi o più Capello?
«Un po’ di tutt’e due. Sacchi era un martello. Una volta, era il suo secondo anno al Milan, entrò nello spogliatoio e ci disse: “Ragazzi, oggi ho scoperto che mia figlia fa la Terza Media”. Aveva in testa solo il pallone».
E Capello?
«Meno martellante, ma molto esigente. E non era per nulla duro: ci potevi litigare, ma il giorno successivo si ricomponeva tutto. Capiva e si faceva capire».
Con Cassano che metodo ha utilizzato?
«Il dialogo. Antonio può essere difficilissimo da gestire, ma anche facile. Dipende da come lo prendi. In questo periodo, proprio ora intendo, è impossibile non volergli bene. In dicembre, invece, faceva le bizze e allora ho dovuto tirare fuori il meglio di me stesso per calmarlo. Gli ho parlato, l’ho ascoltato, e questi sono i risultati».
Buoni, no? E’ pronto per il Mondiale?
«Calcisticamente ha una marcia in più. Come lui, in Italia, ci sono soltanto Pirlo e Totti. Lui è uno da Top Ten mondiale».
Oltre a Cassano, per il Mondiale ci sono tre suoi ragazzi sotto osservazione: Paletta, Mirante e Parolo. Soddisfatto?
«Molto. Il segreto di questo buon periodo sta nell’amicizia che c’è nel gruppo. Non è retorica, ma la verità. L’altra sera erano tutti assieme a cena, nessuno li ha obbligati. A me, in tanti anni di Milan, certe cose non sono mai capitate. E questo, alla lunga, fa la differenza».
E’ difficile fare l’allenatore dopo essere stati giocatori di alti livello?
«Sì, se pensi che i tuoi giocatori debbano fare con semplicità le cose che riuscivano a te. Non è difficile se ci si cala completamente nel nuovo ruolo. Io ho cominciato al Lecco, in Serie C: mica poteva chiedere a un ragazzotto di C di fare gli stop come Van Basten, sarei stato un matto».
Il calcio, in Italia, è indietro rispetto a Spagna, Inghilterra, Germania?
«Il calcio non è molto distante, ma la cultura sì. Da noi manca l’umiltà: bisogna sapersi mettere in discussione e non pensare che siamo gli inventori, i più furbi. Il mondo va avanti, il calcio pure: si tratta di seguire la strada».
Quale squadra europea guarda volentieri?
«Real Madrid, Barcellona e Bayern. Facile eh? Il fatto è che a me piace il gioco del calcio, chi arriva in porta attraverso la manovra mi affascina. Nel tennis, ad esempio, scelgo Federer e non Nadal: mi affascina la varietà dei colpi, la fantasia, l’imprevedibilità».
Rimpianti per la sua carriera?
«Da giocatore avrei voluto segnare qualche gol in più. Da allenatore… aspettiamo di finire, poi facciamo un bilancio».
Magari c’è rimasto male quando è finita l’avventura con la Nazionale.
«Sono stati due anni fantastici, che mi sono gustato. Ho lasciato la Nazionale al secondo posto del ranking mondiale, quindi sono contento. E contro la Spagna, all’Europeo del 2008, siamo usciti ai rigori».
Già, i rigori. Costante negativa nella sua vita.
«Ho perso ai rigori un Europeo Under 21, il Mondiale 1990, il Mondiale 1994 e pure l’Europeo 1996, perché se Zola la buttava dentro sarebbe finita diversamente. E poi, da allenatore, l’Euro 2008. Come dice quella canzone?».
Nino non avere paura a sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…
«Ecco, tutto giusto. Però, se lo butti dentro, è meglio. Molto meglio».
Stacchiamo la spina: lei come si rilassa?
«Sto con mia moglie e con mia figlia, Bianca, che ha quattro mesi. Non avrei mai immaginato, a 50 anni, di vivere ancora emozioni così forti. Mi piace tenerla in braccio, la faccio addormentare, le faccio il bagnetto».
E il golf?
«Passione nata grazie a un amico, Marco Spreafico. Mi sono avvicinato a questa attività con diffidenza, pensavo che fosse uno sport per quelli con la puzza sotto il naso. Invece mi sbagliavo. Che lotte con il Tasso e Van Basten! Quando giochiamo, mancano soltanto i coltelli nella sacca da golf: facciamo sul serio».
Una curiosità: è vero che, da bambino, è stato scomunicato da chierichetto?
«Sì. Non ero andato alla Messa delle 6 di mattina, mio padre lo è venuto a sapere e mi ha detto: “Adesso vai dal parroco e gli dici che non fai più il chierichetto perché non hai fatto il tuo dovere“. Sono cresciuto in un ambiente così, e ne sono orgoglioso».
E quando guarda l’Italia di oggi che cosa pensa?
«Che è il mio Paese e lo amo. Però dobbiamo migliorare tante cose. Ma noi dobbiamo migliorarle, mica aspettare i politici, le istituzioni… Tutti possiamo fare qualcosa, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo».
Che effetto le fa vedere un giovane come Renzi a Palazzo Chigi?
«Non mi dispiace, però non capisco perché appena uno arriva a occupare certi ruoli subito gli fanno la guerra. Lasciamolo lavorare, vediamo, aspettiamo».
Le capita di avere paura?
«A volte per le persone che mi stanno vicino. Ho paura che la salute venga meno, ho paura della sofferenza».
Paura nel calcio?
«Non scherziamo».
Ma il calcio, per lei, è un gioco o un lavoro?
«E’ più gioco che lavoro. Per questo sono fortunato».
E i calciatori come sono cambiati dai suoi tempi?
«Parecchio. Ma a me piaceva di più prima».
A Balotelli che cosa direbbe?
«Nulla. Se vogliamo il suo bene, meno se ne parla e meglio è».
Si è mai chiesto perché Berlusconi non ha mai pensato a lei come allenatore?
«No. Ognuno fa le sue scelte. Ma la cosa non mi turba affatto».