Milan, Berlusconi e un addio mai così vicino: la Cina si prende il club

BERLUSCONI, DOPO STOP DI IERI NUOVA INIZIATIVA A STRASBURGO

“La vendita del Milan non è mai stata così probabile”. La frase che riecheggia in via Paleocapa 3, sede di Fininvest, è più di un’ammissione. Silvio Berlusconi è solo con il suo tormento: entro la fine della prossima settimana deve decidere se rinunciare all’azienda cui si sente più legato, se diventare via via presidente onorario e poi semplice tifoso numero uno della squadra di calcio che ha portato sul tetto del mondo. Nel caso dica sì, già a luglio ci sarebbe un nuovo proprietario. L’avallo del proprietario attuale all’offerta per la maggioranza del club, rivelata da Repubblica il 7 febbraio e presentata da una cordata cinese (una decina di imprenditori, disposti a versare 300 milioni per una percentuale tra il 60 e il 70% e una valorizzazione di circa 500 milioni, più i debiti), farà scattare il diritto di esclusiva: gli acquirenti saranno gli unici a potere guardare i conti fino ai primi di giugno, quando si potrà chiudere l’affare.

La figura chiave sarà un nuovo amministratore delegato, nominato dai padroni cinesi, al posto della diarchia Galliani-Barbara Berlusconi, anche se non è da escludere l’iniziale traghettamento: l’identikit porta a un dirigente straniero, non anglosassone, già attivo nel calcio italiano. Il suo primo passo annunciato, secondo i programmi, sarà simile a quello stoppato da Berlusconi padre alla figlia Barbara: il progetto di uno stadio di proprietà (costo minimo 300 milioni), giudicato imprescindibile per consolidare i ricavi.

Per il demiurgo il dilemma arriva nel momento più critico. Alla soglia degli 80 anni, sull’uscio della politica e con la cessione di una parte dell’impero televisivo, il pallone è il rifugio. La promozione dell’allenatore dalla Primavera Brocchi, con l’accelerazione del progetto di una squadra giovane e italiana, sottintende l’estremo tentativo di lasciare il segno in Coppa Italia, il 21 maggio contro la Juventus.

Tuttavia, mentre Brocchi applica metodologie inedite (un drone ha filmato ieri gli allenamenti), il vero problema resta economico. L’assemblea degli azionisti, il 28 aprile, ratificherà perdite per oltre 89 milioni e un’altra stagione senza Champions. L’allarme rosso di Fininvest è costante da tempo e Berlusconi le ha provate tutte: dall’idea dell’azionariato popolare, che la legge italiana lega alla quotazione in borsa, alla temeraria trattativa col broker thailandese Bee Taechaubol, disposto a raccogliere 480 milioni di euro ipotetici per restare in minoranza e soprattutto a valutare il club un miliardo, cifra fuori mercato.

Così si è approdati all’offerta più realistica e alla cosiddetta boutique advisory della GSP di New York, società di consulenza finanziaria sportiva che fa capo all’italoamericano Sal Galatioto, specializzato in cessioni di club del basket e del baseball statunitense, come i Charlotte all’ex fuoriclasse Michael Jordan e i Golden Warriors al produttore di Hollywood Peter Guber. Berlusconi si è chiuso in conclave con se stesso. Tecnicamente, una volta messa la firma sulla vendita con opzione, non potrà tornare indietro: ceduta la maggioranza ai cinesi, l’uscita di scena totale avverrebbe entro un anno. Anche per questo, di fronte alla valanga di
messaggi infuocati dei tifosi recapitati ad Arcore dopo l’esonero di Mihajlovic, ha avuto un soprassalto d’orgoglio. Non è più soltanto questione di gusto per il bel gioco o dell’invenzione di Mexès centravanti. È che un vincente non può lasciare perdendo: la Coppa Italia è ben più di un trofeo.

La Repubblica