Migranti, il governo vuole scavalcare i prefetti e puntare sui sindaci

Matteo Renzi

«Bisogna cambiare modello sui migranti», dice il premier, che la scorsa settimana aveva affrontato l’argomento con il ministro dell’Interno, prima di farne cenno all’Assemblea nazionale del Pd: «Dobbiamo fare di più e meglio. Occorre un meccanismo diverso nella gestione dell’accoglienza». Era un messaggio che preannunciava la prossima mossa del governo, deciso a superare il corto-circuito politico e istituzionale che si è innescato sull’emergenza: l’atteggiamento di alcuni governatori del Nord – contrari ad ospitare altri immigrati sul proprio territorio – ha amplificato le difficoltà dei prefetti, che in certi casi hanno mostrato imperizia. I fatti di Quinto di Treviso e la decisione dell’esecutivo di rimuovere la funzionaria, ne sono la prova.

Incentivi ai Comuni

Dinanzi a una situazione di impasse che rischia di mandare in tilt il rapporto tra lo Stato e i cittadini, Alfano stava già predisponendo una soluzione con i tecnici del Viminale, che si muove proprio sulla linea enunciata da Renzi: «Togliere un po’ di potere ai prefetti e darne di più ai sindaci». Nell’ambito del Sistema di protezione per i richiedenti asilo e per i rifugiati (lo Sprar) verrà indetto un bando per diecimila posti che sarà rivolto ai Comuni: per assicurarsi una forte adesione dei sindaci, oltre allo stanziamento di fondi, si sta studiando anche un possibile allentamento del patto di Stabilità interna. Insomma, tramite gli «incentivi» il governo confida di ottenere la disponibilità di molti primi cittadini. E avrebbe con loro un rapporto diretto, che verrebbe gestito dal dipartimento Immigrazione del ministero dell’Interno. In un colpo solo, si scavalcherebbero così i veti dei governatori – additati da Alfano – e la mediazione dei prefetti, contro i quali il premier punta il dito, e non da oggi.

L’assist a Renzi

Quel Renzi che appena entrato al Nazareno aveva detto «bisogna chiudere le prefetture», e che appena entrato a Palazzo Chigi aveva detto «bisogna dimezzare le prefetture», si era infine fatto convincere dal titolare del Viminale a non affondare il colpo. Ma le parole pronunciate l’altro ieri dal prefetto di Lecce Palomba, che è a capo del maggior sindacato di rappresentanza, quell’attacco al governo «che ci ha lasciati soli e fa di noi i capri espiatori» dell’emergenza, hanno rinsaldato il premier nei suoi convincimenti, a proposito di una struttura «corporativa e superata»: «Avevo ragione sui prefetti…». L’offensiva del funzionario-sindacalista ha colpito il ministro dell’Interno, e la sua meraviglia è stata pari al disappunto, non solo per l’assenza di tatto istituzionale del prefetto ma anche per la sua avventatezza: in un colpo solo ha fornito un assist a Renzi e ha commesso un autogol per la sua categoria, rischiando di mandare in fumo un anno di trattative con il presidente del Consiglio. Perché non c’è dubbio che Renzi veda nei prefetti uno dei punti di falla dell’attuale sistema di accoglienza, ed è per questo che ha più volte sottolineato la necessità di «cambiare modello», togliendo loro – in questo contesto – una parte dei poteri.

Lo scontro interno

Ecco cosa ha spinto ieri Alfano a reagire duramente. A parte il commento tranciante rivolto a chi «se non ce la fa può andar via o lo sostituiamo» e a parte i complimenti misti a censura sul «compito difficile che hanno e che non contempla i party in prefettura», vale il messaggio lanciato sul ruolo e sul destino dei funzionari di Stato: «Come governo e come maggioranza abbiamo dato loro una grande prova di fiducia, garantendo una carriera speciale e confermandoli a presidio del territorio, mentre altri partiti vorrebbero abolirli. Devono però scegliere: o si rendono conto di far parte dell’eccellenza dello Stato, e si comportano di conseguenza, o dicano se vogliono sindacalizzarsi». È evidente a cosa si riferisse il ministro dell’Interno, perché la riforma che riguarda (anche) i prefetti – quella sulla Pubblica amministrazione – è ancora all’esame della Camera e dovrà poi passare al vaglio del Senato: è stato complicato assicurare l’appartenenza dei funzionari all’albo speciale come gli ambasciatori, ed è stato complesso evitare un taglio radicale delle prefetture. Ma in Parlamento gli equilibri potrebbero mutare sotto i colpi di una polemica così virulenta. Il modo in cui sono intervenuti i prefetti di Roma, di Milano, di Palermo, di Bologna – cioè delle città sentinella sul fronte dell’immigrazione – evidenzia la presa di distanza dal collega, che ieri sera al Tg5 ha corretto (in parte) il tiro. Nel bel mezzo di un (legittimo) scontro politico che fa da contesto a un’emergenza senza precedenti, è inammissibile un conflitto aperto da apparati dello Stato contro il governo. «È istituzionalmente poco serio che un prefetto commenti le parole di un ministro», ha commentato infatti Gabrielli. Manco fosse ancora a capo della Protezione civile…

CORRIERE DELLA SERA