Meriam, dal carcere alla libertà. Il film della giornata

MERIAM

L’incubo di Meriam è finito alle tre di notte, all’aeroporto di Khartoum. Quando l’hanno portata via col marito e i figli dall’ambasciata americana, dove era rifugiata da una paio di settimane, temeva di tornare in un altro carcere. Ma quando ha visto sulla pista l’aereo dell’Aeronautica militare italiana ha capito. Gli italiani ce l’avevano fatta, l’avevano salvata. E ora la portavano verso una vita nuova, negli Stati Uniti, insieme alla sua famiglia. All’arrivo a Roma, l’incubo si è trasformato in sogno. La giovane cristiana di un paese dell’hinterland di Khartoum, condannata a morte in Sudan per apostasia, ha trovato ad accoglierla a Ciampino il premier Matteo Renzi e il ministro degli Esteri Federica Mogherini. Ma soprattutto, nella stessa mattinata è stata ricevuta in Vaticano da papa Francesco.

Papa riceve Meriam, grazie per tenace testimonianza
Tenere carezze al bambino più piccolo, appena un neonato, tenuto tutto il tempo in braccio dalla mamma. Sorrisi e affettuosità anche verso l’altro figlio, seduto invece sulle gambe del papà, disabile in carrozzina. Quindi, una benedizione con la mano sul capo e soprattutto il personale “grazie” del Papa per una “testimonianza di fede” cristiana “costante”, degna di eroismo. Al termine della sua notte più lunga, in fuga dalla persecuzione di Khartoum verso la libertà conquistata sbarcando a Roma, Meriam Yahia Ibrahim Ishag, cristiana condannata a morte in Sudan per apostasia e poi rilasciata in seguito alle pressioni internazionali, ha trovato ad accoglierla, all’inizio della sua nuova vita, anche papa Francesco.

Informato dell’arrivo con la sua famiglia nella Capitale, Bergoglio ha subito acconsentito ad incontrare la donna che, rivendicando nel suo Paese l’abbandono dell’islam e la tenace professione cristiana, era divenuta un simbolo internazionale delle vittime della persecuzione religiosa. E simbolico ha voluto essere anche il gesto di papa Francesco di riceverla nella sua residenza di Santa Marta per mandare un messaggio di “vicinanza” e “solidarietà” a tutti i perseguitati cristiani nel mondo. Meriam, con il gruppo che l’accompagnava, ha trascorso in Vaticano circa mezz’ora. Il colloquio ‘stretto’ con Bergoglio è stato invece, di circa dieci minuti. Giunta intorno alle 13, con i figli – Martin, di un anno e mezzo, e Maya, nata in carcere due mesi fa – e il marito Daniel Wani, disabile, è stata ricevuta dal Papa nel salone al piano terra di casa Santa Marta. Rimanendo in piedi per quasi tutto il tempo, Francesco ha voluto apprendere della sua vicenda direttamente e si è informato anche circa il futuro della famiglia, aiutato dalla traduzione del segretario personale, mons. Yoannis Lahzi Gaid.

“Hanno fatto una bella conversazione – ha riferito padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana -. Il Papa ha ringraziato e dato atto per la testimonianza di fede che hanno dato”. Meriam e il marito a loro volta hanno ringraziato “per il sostegno che hanno sentito da parte del Papa e della Chiesa”. L’atmosfera era “molto serena e affettuosa, il Papa molto tenero”. Al termine Francesco ha donato, come sempre, i rosari e ha fatto entrare e ha salutato anche il personale italiano che era con la donna. “Da parte del Papa – ha spiegato inoltre padre Lombardi – questo incontro vuole essere un segno, un gesto di vicinanza, solidarietà e presenza per tutti coloro che soffrono per la loro fede” e che sono “in situazioni di difficoltà” sempre a causa di limitazioni della pratica di fede. Questo il senso di ricevere prontamente il “simbolo” Meriam in un gesto che “va anche al di là dell’incontro molto bello e attento con questa famiglia”.

Meriam condannata a morte per difendere la sua fede. Il punto
L’incubo di Meriam Yahya Ibrahim, 27 anni, cristiana ortodossa abitante nell’hinterland di Khartoum, comincia nel febbraio di quest’anno. La polizia la arresta con l’accusa di aver rinnegato la religione islamica e di essersi sposata con un cristiano. A denunciarla è suo fratello, forse per rancori famigliari. Lei è incinta e ha già un altro figlio di un anno, Martin. A metà maggio viene condannata a morte per apostasia da un tribunale di Khartoum, sulla base della sharia, adottata nel paese dall’83. In quanto figlia di un musulmano, per la legge islamica doveva essere musulmana pure lei. E la sua fede cristiana, ricevuta fin da piccola dalla madre, per i giudici diventa apostasia, punita con la morte. Per di più, Meriam ha sposato un cristiano. Cosa proibita, che le ha procurato un’altra pena di 100 frustrate per adulterio. Finita in carcere incinta, ha partorito la sua Maya con le catene ai piedi. A giugno la Corte d’appello ha annullato la condanna, stabilendo che lei era stata sempre cristiana e quindi il reato non c’era. Ma quando ha cercato di andare in America con la famiglia, è stata arrestata di nuovo per due giorni, per presunte irregolarità nei documenti, e ha dovuto rifugiarsi all’ambasciata Usa di Khartoum. La vicenda ha sollevato commozione e indignazione in tutto il mondo. Il governo italiano ha preso a cuore la vicenda, e sfruttando i suoi buoni contatti con il Sudan, è riuscito ad ottenere la liberazione.

ANSA