Matteo incassa la sponda del Colle e avverte Berlusconi: dentro o fuori

SILVIO BERLUSCONI 3

Le mie dimissioni non possono essere un’alibi per bloccare le riforme. Dopo aver invocato per anni l’ammodernamento del sistema istituzionale e aver accettato per queste anche un secondo mandato, Giorgio Napolitano ha ribadito ieri sera, con una nota del suo ufficio stampa, che resterà al suo posto sino alla fine del semestre europeo e solo dopo farà le sue valutazioni. Un assist importante, quello arrivato ieri sera dal Quirinale, giunto proprio mentre la direzione del Pd si accingeva a votare un ordine del giorno che ha recepito il timing del segretario e presidente del Consiglio su legge elettorale e riforme costituzionali. Poche righe annunciate dal Quirinale con una telefonata che ha costretto Renzi ad abbandonare la riunione della direzione per qualche minuto.
NON SI TOCCA
E’ forse anche per questo che nell’intervento di replica Renzi non dà nessuno spazio alla minoranza dem che chiedeva modifiche, con un lapidario «l’accordo non è più rinegoziabile». Nessun rinvio e nessun cambio nell’agenda «perché Berlusconi non dà più le carte» e quindi «prima si vota l’Italicum e poi si affronta il nodo della successione a Napolitano». La sfida che il premier porta dentro il suo partito e con Berlusconi, devono aver convinto il Colle che forse questa è la volta buona o che comunque vale la pena di provarci spendendo qualche altra settimana al Quirinale. D’altra parte un breve slittamento della decisione di dimettersi sia Renzi che Alfano l’avevano sollecitata. Napolitano non la nega ribadendo non solo che starà sino a fine anno, ma che poi valuterà. Come dire che il governo potrà contare su buona parte del mese di gennaio per far approvare la riforma elettorale a palazzo Madama dove la maggioranza – a differenza della Camera – ha bisogno dei voti dell’opposizione. Nella prima decade del nuovo anno l’Italicum 2.0 dovrebbe veder la luce e ieri Renzi ha ricompattato il partito sul cronoprogramma rimettendo la palla a Silvio Berlusconi che nei giorni scorsi, senza reticenze, aveva chiesto l’inversione dell’ordine del giorno.
MISSION
«La fretta di Renzi sulla legge elettorale è sospetta». Raffaele Fitto detta la sua dichiarazione proprio al termine della direzione Pd confermandosi come il più strenuo oppositore al timing renziano e al patto del Nazareno. La contesa si sposta ora dentro FI. Raccontano che ieri il Cavaliere, arrabbiatissimo con l’ex ministro pugliese, abbia consultato tutto il giorno avvocati e statuti cercando il modo per mettere alla porta Fitto e il suo gruppo di una quarantina di parlamentari. La mission non è delle più semplici e, soprattutto, brevi. Tra probiviri e congresso rischia di impegnare qualche mese con inevitabili strascichi giudiziari. Resta ora da vedere se il Cavaliere, che stasera sarà a Roma, sbollirà la sua ira o se invece la userà per aizzare la contesa e presentarsi da Renzi con numeri tali da rendere complicato il voto al Senato. Ieri in direzione Renzi ha però rivelato di avere dalla sua un buon numero di parlamentari ex M5S che «hanno voglia di confrontarsi con le istituzioni e non solo con la rete». Quanti siano pronti a votare l’Italicum è difficile sapere ma è chiaro il ”cemento” che dovrebbe legare il Pd ad una parte del M5S anche in chiave Quirinale: la comune battaglia contro «la nuova destra» lepenista di Salvini che molti consensi ha eroso a Grillo. Renzi considera finito il M5S e si prepara a raccogliere i parlamentari in libera uscita offrendo loro un obiettivo comune che gli permette di presentarsi «all’ancora più importante consiglio europeo di marzo» come leader della sinistra che vuole cambiare l’Europa e non abbatterla. Salvini è l’avversario che Renzi impalma, ma è anche la spina nel fianco del Cavaliere che ora dovrà decidere se acconciarsi alla tempistica renziana – rischiando di perdere qualche pezzo – come sollecitano i suoi più stretti e antichi collaboratori, o andare allo scontro e mettere in conto anche il voto anticipato a primavera.

Il Messaggero