Marò, l’India apre sul rientro di Latorre «Decidano i giudici»

Rientro in Italia dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre

L’Italia, la Puglia sono un po’ più vicine per Massimiliano Latorre, il marò colpito da ischemia il 31 agosto a Nuova Delhi. Il governo indiano «non si opporrà al suo rientro in Italia, se autorizzato dalla Corte Suprema». Per una settimana il nostro fuciliere di Marina è rimasto in ospedale, adesso è tornato in Ambasciata. E i magistrati hanno rinviato a venerdì la decisione sull’istanza dei difensori per il rientro “terapeutico”, il tempo di acquisire il parere del governo e dei medici. Nel frattempo lo hanno esentato per due settimane dall’obbligo di firma al commissariato. Massimiliano ha bisogno di meno stress, di famiglia e di casa. La novità è che il governo indiano fa autorevolmente sapere, per bocca del ministro degli Esteri Sushma Swaraj, che non ha nulla in contrario al rimpatrio. Un messaggio agrodolce, metà positivo metà negativo. Positivo perché il nuovo esecutivo del nazionalista Narendra Modi non ha pregiudizi negativi verso i nostri fucilieri di Marina Latorre e Girone, da quasi tre anni in attesa di processo per aver ucciso due pescatori del Kerala scambiati per pirati. Negativo perché l’India rimane contraria a un arbitrato internazionale e affida il caso alla sua magistratura, che Modi ha definito di recente per telefono con Matteo Renzi «giusta e indipendente». Dice il capo-diplomazia, Swaraj: «La questione è all’esame della giustizia, non può essere risolta col dialogo diplomatico tra i governi, si deve andare attraverso il processo giudiziario».
LO SPIRAGLIO

Si apre quindi solo uno spiraglio tecnico, anzi umanitario, per un permesso a Latorre di rientro in Italia (gli avvocati chiedono fino a quattro mesi), ma a certe condizioni: un altro affidavit dell’ambasciatore Daniele Mancini, e una cauzione. Intanto il quotidiano “Hindustan Times” riporta una velina del ministero dell’Interno, megafono della Nia (l’Fbi indiana): i marò avrebbero fatto pressione sul comandante della “Enrica Lexie”, Umberto Vitelli, perché dichiarasse che 6 degli 11 pescatori sul “St. Anthony” erano armati. Il 15 febbraio 2012, il nucleo di fucilieri in servizio anti-pirateria sul cargo italiano aprì il fuoco e uccise due dell’equipaggio, il timoniere e il comandante (gli altri dormivano sottocoperta). «I marò presumibilmente cercarono di coprire il loro operato – scrive il quotidiano – spingendo il capitano a inviare un rapporto per le organizzazioni internazionali della sicurezza marittima in cui si sosteneva che i pescatori erano armati e che questo fu alla base della decisione di sparare». La Nia avrebbe invece verificato che non c’erano armi a bordo (ma non potevano essere state gettate in acqua?). Di rimbalzo, “categorica” la smentita degli armatori, i “Fratelli D’Amato Dolphin Tanker”: «Il comandante non ha mai rilasciato a qualsivoglia autorità alcuna dichiarazione in cui ha detto di avere visto armi o persone armate. In caso di eventuali attacchi o abbordaggi di pirateria, il comandante è incaricato soltanto della sicurezza e della navigazione e di eventuali manovre evasive. Non avrebbe potuto vedere alcuna arma perché era nel ponte di comando». Ma la Nia non molla.

Il Messaggero