Marino e il Cda: l’Opera ora rinasce l’orchestra e il coro licenziati per ripartire

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La scelta è «dolorosa», come premettono tutti, dal ministro Dario Franceschini al sindaco Ignazio Marino. Ma allo stesso tempo, nella pratica, la svolta «è storica e benefica», e non solo per le fondazioni liriche. In generale, dal Teatro dell’Opera di Roma viene lanciato un bel sasso nello stagno del dibattito sul lavoro: d’ora in poi l’orchestra e il coro saranno esternalizzati, dunque per 184 dipendenti (su 460) si aprono le porte del licenziamento collettivo. Ma attenzione: da gennaio tutti gli artisti ritorneranno a lavorare, solo che dovranno essere riuniti sotto un nuovo soggetto giuridico. Un’associazione o una cooperativa che si accorderà con il Teatro per i contratti stagionali. In base a criteri legati all’efficienza, senza più accordi integrativi dalle indennità fantasiose (quelle per il frac o per le trasferte a Caracalla…) e dai privilegi un po’ fuori mercato visti i tempi. «È l’unico modo per una vera e auspicata rinascita del Costanzi», dice il sindaco e presidente della fondazione lirica Ignazio Marino, protagonista di una scelta coraggiosa e senza precedenti. Al suo fianco il sovrintendente Carlo Fuortes, che ha proposto il piano della svolta al consiglio d’amministrazione. Passato con sei voti favorevoli e un astenuto. «È stato un trauma, ma è l’unico modo per dare una prospettiva a questo ente», dirà alla fine del board Simona Marchini dopo il proprio sì.
Dunque si cambia. E non poteva essere altrimenti. Il 2013 è stato puntellato da un crescendo rossiniano di guerre sindacali e scioperi estivi a Caracalla, tensioni e minacce culminato con l’addio a piazza Beniamino Gigli del maestro Riccardo Muti. Un pasticciaccio, dalla eco internazionale, che stava per vanificare l’anno di sacrifici imposti per ripianare un deficit da 12 milioni di euro e il lavorio messo in piedi per usufruire della Legge Bray (sono in arrivo 20 milioni). «Ecco perché – spiega Salvo Nastasi, direttore generale del Mibact per lo spettacolo dal vivo – avremo una doppia ripartenza per la rinascita: nessuno perderà il posto, lavoreranno tutti, ma lo Stato, principale finanziatore delle fondazioni liriche con 300 milioni all’anno, non si può permettere di buttare i soldi».
I CONTI
Le dimissioni di Muti hanno avuto due effetti. I soci della fondazione (il ministro Franceschini, il governatore Zingaretti e il sindaco Marino) si sono compattati per risolvere l’ingovernabilità alla radice. Ma allo stesso tempo la fuga sdegnata del maestro ha prodotto un danno di immagine ed economico. A partire dal bilancio: quattro sponsor, con contratti da un milione di euro ciascuno, hanno deciso di non scommettere più sulla lirica della Capitale. E anche gli abbonamenti alla fine ne hanno risentito.
Sicché i soci, non potendo arrivare ad altri tagli, avevano davanti due strade: chiudere e liquidare o procedere con l’esternalizzazione di coro e orchestra per ripartire con un nuovo sprint.
Nessun sopruso, piuttosto un modello vincente già collaudato in realtà europee prestigiose: da Madrid a Berlino, fino a Londra e Parigi. Spiega infatti il ministro Franceschini: «I musicisti se vorranno, potranno, come avvenuto da altre parti, dare vita a un’orchestra nuova, basata su relazioni trasparenti, sulla qualità e sull’innesto di giovani talenti, che punti a ricostruire con il Teatro un nuovo e diverso rapporto». Da qui ai prossimi 75 giorni si attiveranno i tavoli sindacali in Regione e al ministero. Coristi e orchestrali continueranno a essere dipendenti fino alla fine del procedimento: anche le recite andranno in scena, l’unico dubbio è l’Aida orfana di Muti (il 27 novembre). Poi da gennaio si cambierà. Il modello Roma è destinato a fare scuola sui burrascosi palcoscenici italiani. E non solo.

Il Messaggero