«Mandiamo in Italia 500mila migranti»

IMMIGRATI

Utilizzare i migranti come “arma psicologica” contro i paesi che dicono di voler intervenire in Libia e quindi, in particolare, contro l’Italia. È l’ultima minaccia di cui i miliziani dell’Isis avrebbero parlato in alcune intercettazioni telefoniche. Per come la cosa è stata riferita agli apparati di sicurezza italiani, nella conversazione, che viene ritenuta attendibile, i jihadisti ipotizzano di lasciar andare alla deriva, dirette verso l’Italia, centinaia di barche cariche di migranti non appena il nostro paese dovesse accennare a un intervento armato sulla Libia (un’ipotesi accennata alcuni giorni fa dai ministri di Esteri e Difesa ma al momento congelata). La cifra di cui si parla è cinquecentomila, la gran parte di quei 700mila che sono stipati sulle coste in attesa di imbarcarsi. E l’obiettivo sarebbe quello di creare una nuova tragedia: morti in mare e Capitanerie di porto in affanno, senza la forza per salvarli. Un impatto devastante sull’opinione pubblica del paese – considerato l’anello debole del “fronte occidentale” – che finirebbe per condizionare le scelte politiche del governo più delle minacce di guerra all’Italia.
L’intercettazione viene ritenuta attendibile per vari motivi. Prima di tutto per le conferme che sono arrivate anche dai servizi stranieri e poi per una coincidenza che sembra valere più di mille analisi: negli ultimi giorni, mentre le truppe che si sono autoproclamate vicine all’Isis avanzavano, dai porti della Tunisia, dell’Egitto, dell’Algeria, sono spariti pescherecci e navi in disuso in numeri persino più abbondanti dell’attuale e costante traffico che anima quelle coste. Che la rotta libica fosse la principale da tenere monitorata, perché da qui passano praticamente tutti i migranti subsahariani, e che anche per questo l’Italia dovesse occuparsi di quel che accade oltre lo stretto di Sicilia, era stato sottolineato più volte anche dall’Autorità delegata all’intelligence, Marco Minniti.
I TRAFFICANTI
La minaccia registrata e girata all’Italia non basta a dire che l’Isis abbia un ruolo preponderante nel controllo del traffico dei migranti. Al momento, spiega una qualificata fonte di intelligence, «non è il loro canale di finanziamento principale, solo pochi trafficanti fanno direttamente riferimento a loro e passano una parte degli introiti in cambio di protezione». Anche se il quadro attuale potrebbe cambiare rapidamente. In Libia le coalizioni principali sono due. Da un lato i lealisti al governo di Tobruk, a Est, laico e appoggiato dall’Egitto. Dall’altro la coalizione “Alba” che controlla quasi tutta la città di Tripoli e Misurata, appoggiata dai fratelli musulmani.
Entrambe le coalizioni hanno un parlamento e una struttura pubblica ed è su queste che l’inviato dell’Onu Bernardino Leon, appoggiato dall’Europa e quindi dall’Italia, sta lavorando per chiudere un accordo diplomatico. Se ci fosse un’intesa, sarebbe più facile isolare i gruppi jihadisti, che controllano Sirte e alcuni quartieri della capitale. Una partita decisiva anche per la sicurezza italiana, come sottolinea il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito: «Non possiamo ricadere, anche in Libia, nella trappola in cui siamo stati già coinvolti in Somalia e in Niger. Dobbiamo far lavorare contemporaneamente la nostra diplomazia e quella europea per realizzare il comune obiettivo di difendere non solo i confini, ma salvaguardare la pace nei Paesi ai noi più vicini».
RISCHIO SEQUESTRI
A far salire la tensione, poi, c’è anche l’episodio di due giorni fa: i colpi di kalashnikov contro la motovedetta della Guardia costiera. Un atto ostile che lascia presagire scenari inquietanti. Che vanno assolutamente evitati. Nel momento in cui si evacuano in gran fretta gli italiani presenti in Libia per ragioni di sicurezza, evidentemente non si possono mandare militari allo sbaraglio a poche miglia da Tripoli. Troppo alto il rischio sequestri.

Il Messaggero