L’ultima «haka» di Lomu Il rugby piange il suo mito

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Nella società dominata dalla comunicazione molti campioni dello sport hanno un successo planetario che valica i confini dell’agonismo e li trasforma in fenomeni di costume. Soli ad alcuni di essi è riservato il privilegio di trasformarsi in leggenda quando sono ancora in vita. Siona Tali Lomu, meglio noto col nome di Jonah, si è guadagnato tale privilegio travolgendo gli avversari e il Fato con la sua corsa possente. Ora che ha lasciato il mondo terreno cammina nel Mito. Un banale arresto cardiaco provocato dalla malattia ai reni che ne aveva fermato la carriera lo ha tolto dal mondo ieri a soli 40 anni. Del resto, il destino di quelli come lui è farsi beffa del tempo, bruciare le scadenze, irridere il calendario. Non a caso esordì con la maglia tutta nera degli All Blacks a soli 19 anni un mese e 14 giorni divenendo all’epoca il più giovane debuttante della Nuova Zelanda in un test match. Fu un esordio strano, con una sconfitta in casa, nel fortino di Christchurch il 26 giugno del 1994 contro la Francia che si impose per 22-8. Nonostante il risultato negativo la percezione di tutti fu quella di aver assistito all’esordio di un predestinato.

Figlio di immigrati provenienti dalle Isole Tonga Lomu crebbe nella periferia degradata di Auckland, dove la gente come lui fa presto a crescere, spesso male. Da ragazzo ebbe la terribile esperienza di assistere all’assassinio d uno zio a colpi di machete, una visione che probabilmente non lo abbandonò mai. Da quelle parti per i figli di isolani emarginati il rugby non è solo uno sport, non è nemmeno una religione, è l’unica scorciatoia verso una vita normale. La scuola spesso indica la strada e fu così che l’istituto anglicano Wesley College diede un’opportunità al giovane Siona. Per prima cosa gli cambiarono il nome in Jonah, poi gli diedero un paio di scarpini, un pallone ovale e lo guardarono correre. Da allora Jonah non si fermò, sapeva che doveva cogliere quell’opportunità al volo. Quella o niente altro, la vita gli aveva già mandato messaggi chiari. Jonah fu veloce in tutto. Non ci mise molto ad arrivare ai 196 centimetri della sua altezza, così come ai circa 118 kg. di peso. Ma la cosa impressionante era a quale velocità spostasse questa massa per il campo. A circa 17 anni stabilì il suo primato sui 100 metri piani. Dieci secondi e otto decimi, un tempo straordinario per un giocatore di rugby, soprattutto di quelle dimensioni. Da lì in avanti la carriera scorre via come un fulmine, come Jonah. Al Wesley College è subito capitano, nel 1993 è convocato nella nazionale di rugby a 7, nel 1994 esordisce nel campionato domestico neozelandese con il Counties Manuaku. Bastano pochi incontri ufficiali in prima squadra ed ecco la chiamata dagli All Blacks per indossare la maglia nera che da quelle parti usano dire venga data solo in prestito per ogni partita. Lui non la leva più indossandola per 63 volte con 37 mete all’attivo. Inoltre in due sole edizioni della coppa del mondo, nel 1995 e nel 1999, segna 15 mete divenendo il primatista assoluto, eguagliato solo dal sudafricano Bryan Habana qualche settimana fa nella Rugby World Cup 2015. Lomu, al di là dei numeri, ha rappresentato plasticamente il passaggio nel rugby dal dilettantismo puro al professionismo, incarnando il prototipo del giocatore del futuro, un Robocop in maglietta e calzoncini. Dopo di lui le immagini del vecchio Cinque Nazioni commentate dall’indimenticabile voce di Paolo Rosi che raccontava di giocatori che durante la settimana esercitavano i propri lavori di dentisti, poliziotti, avvocati o operai con fisici dallo scarso atletismo scompaiono definitivamente per lasciare il posto a super-atleti capaci di prestazioni fisiche impressionanti. Lui fu il primo di essi. Esiste un momento preciso in cui Jonah Lomu passa dal ruolo di campione a quello di leggenda ed è reso immortale dalle immagini in mondovisione. Siamo nella Rugby World Cup 1995 in Sudafrica, quella resa celebre da Nelson Mandela. In semifinale la Nuova Zelanda affronta l’Inghilterra a Città del Capo il 18 giugno. Dopo appena un minuto e mezzo di gioco Lomu riceve l’ovale dal compagno Bachop nella sua posizione preferita, all’ala sinistra. Tra lui e la meta ci sono alcuni inglesi con la divisa bianca, ma Jonah non sembra vederli. Le gambe scaricano a terra una potenza devastante, ad ogni appoggio i piedi sollevano zolle di terreno e gli inglesi che tentano di fermarlo sono vittime sacrificali sull’altare della leggenda. Prima Tony Underwood, calpestato, poi il capitano Will Curling, scaraventato via, infine l’estremo Mike Catt, che Lomu trasforma in un morbido zerbino prima di planare in meta. Guardando quelle immagini migliaia di ragazzini decidono di giocare a rugby, Lomu è leggenda. In quel tempo il gigante camminava sulla terra, che ora quella stessa terra gli sia lieve.

Il Tempo