L’Italia in pole per un seggio al Consiglio Onu

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Senza togliere nulla alla straordinaria impresa calcistica di ieri con la Spagna, alle dieci di stamattina l’Italia si gioca il suo posto sulla scena globale. Infatti a quell’ora, quando da noi saranno le quattro del pomeriggio, l’Assemblea Generale dell’Onu voterà sulla candidatura di Roma ad un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza, da occupare nei prossimi due anni. Le voci di corridoio ci danno per favoriti nella sfida con l’Olanda e la Svezia, che competono con noi per i due posti da assegnare al gruppo a cui appartiene l’Europa. Le votazione al Palazzo di Vetro però sono sempre piene di sorprese, perché le promesse fatte a voce, o magari per iscritto, non sempre vengono mantenute.

Sul piano geopolitico, non c’è dubbio che mandare l’Italia nel Consiglio avrebbe senso. L’agenda che aspetta il massimo organismo del Palazzo di Vetro nei prossimi due anni sarà certamente dominata da temi come le migrazioni, a cui l’Onu dedicherà un vertice speciale durante l’Assemblea Generale di settembre, la minaccia terroristica, l’instabilità nella regione mediterranea e mediorientale. Roma su questi problemi porta al tavolo una competenza preziosa, oltre al servizio offerto al mondo con i salvataggi dei migranti in mare, che secondo lo stesso vice segretario generale svedese Eliasson meriterebbero alla nostra Marina il Nobel per la pace.

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Olanda e Svezia non hanno un peso paragonabile al nostro su questo terreno, e se entrambe fossero scelte invece dell’Italia, l’Europa si ritroverebbe con una rappresentanza geografica nel Consiglio decisamente squilibrata, con due paesi nordici, al punto da violare le regole di un’equa distribuzione delle cariche.

Trasformare questa logica nei 129 voti necessari ad ottenere il seggio è un altro discorso, che passa attraverso interessi nazionali, delicati equilibri e anche relazioni personali, su cui il nostro governo ha lavorato per anni, soprattutto col presidente Mattarella, il premier Renzi, il ministro degli Esteri Gentiloni e l’ambasciatore Cardi.

L’Italia è particolarmente forte in Africa, dove ha fatto in pratica il pieno dei voti; in Medio Oriente, nonostante le difficoltà create negli ultimi mesi dal caso Regeni in Egitto; e in America Latina, dove pesa anche la forte emigrazione dei secoli scorsi. Puntiamo molto poi sugli stati insulari, quelli del Pacifico come quelli caraibici, anche perché come penisola comprendiamo i loro problemi legati al riscaldamento globale e all’innalzamento delle acque. Non a caso, pochi mesi fa abbiamo invitato i loro rappresentanti a visitare Venezia. Qualche difficoltà invece l’abbiamo incontrata in Asia, per i contrasti con l’India sul caso dei marò, le ruggini col Giappone per la battaglia sulla riforma del Consiglio, e le diffidenze di paesi come l’Indonesia, legata anche al passato coloniale olandese. L’Europa si è divisa, come era presumibile avendo tre candidati per due posti, mentre i membri permamenti del Consiglio ci appoggiano, ma in genere non votano.

L’Italia contava quasi 129 preferenze già a dicembre, in vantaggio rispetto all’Olanda e la Svezia, che ammetteva apertamente di essere in ritardo rispetto ai due avversari. Però bisogna sempre fare la tara a queste promesse, e Stoccolma secondo le voci di corridoio ha recuperato molto nelle ultime settimane. All’Italia questa ripresa della Svezia non dispiaceva, perché indeboliva la rivale Olanda, ma ora è diventata preoccupante. Per passare al primo scrutinio, bisogna ottenere subito 129 voti. Se ci saranno due perdenti, passeranno subito ad uno spareggio pieno di incognite, deciso da dove convergeranno i paesi membri che nel turno iniziale avevano scelto la vincente.

La Stampa