L’Isis: «Decapitato il terzo ostaggio»

OBAMA ISIS

Nel giorno dell’appello di Barack Obama per l’unità contro i terroristi, i miliziani dell’Isis annunciano la decapitazione di un terzo ostaggio, stavolta non americano ma britannico: il cooperante scozzese David Haines. Ignorato l’accorato appello della famiglia di Haines, i terroristi accusano il premier britannico Cameron per quest’assassinio. E minacciano di decapitare anche un altro ostaggio britannico, Alan Hennig. «L’America non può battersi contro l’Isis da sola – aveva poche ore prima detto il presidente degli Stati Uniti Obama nel suo appello settimanale alla nazione -. Per rispondere adeguatamente alla minaccia dobbiamo agire con saggezza: usare il potere con intelligenza, ed evitare gli errori del passato». La diplomazia di Washington è riuscita a raccogliere il consenso di quasi quaranta Paesi intorno all’obiettivo di neutralizzare le milizie dell’aspirante Stato Islamico. Ma un numero così alto di adesioni continua a nascondere differenze di vedute che possono risultare catastrofiche nell’esecuzione del piano.
Il segretario di Stato Usa John Kerry si è trasferito dalla Turchia all’Egitto, nel tentativo di spianare alcune delle spigolosità con il governo di al Sisi. Prima di partire da Ankara Kerry aveva comunicato la decisione di non invitare alla conferenza degli alleati che si apre domani a Parigi i rappresentanti dell’Iran, un paese che pure è impegnato nell’obiettivo comune di sconfiggere i ribelli islamici in Siria e in Iraq. «La presenza dei diplomatici di Teheran non sarebbe opportuna – ha detto Kerry – dato il loro coinvolgimento in difesa di Assad». Ma le delegazioni dei due paesi si incontreranno la prossima settimana a New York all’apertura dei lavori dell’Onu, perché un’alleanza temporanea è vista negli Usa come un «male necessario» per la riuscita della missione.
IL PETROLIO
L’incontro di Ankara tra il premier turco e Kerry è stato inconclusivo. La Turchia compra il corrispondente di due milioni di dollari al giorno di carburante che proviene dai pozzi controllati dall’Isis in Iraq, e non può permettersi la collaborazione generosa che Washington si aspetta.
Negli ultimi giorni i militanti islamici hanno rilanciato la loro causa sul web con dei video che incitano alla mobilitazione contro i cristiani, in Europa e nel mondo: «Preparate le cinture esplosive e le cariche di autobombe – chiedono ai loro aspiranti terroristi suicidi, dovunque si trovino – Individuate i bersagli e colpite». Secondo l’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede Habeeb al Sadr questo appello minaccia anche il Vaticano: «Anche Papa Francesco è un possibile bersaglio. L’Isis è un tumore che si diffonde per metastasi, e le sue ramificazioni sono imprevedibili e profonde».
LA DISTENSIONE
Al Cairo infine, Kerry ha cercato di ricucire i dissapori che hanno minato i rapporti tra i due paesi dopo l’elezione di al Sisi: «L’Egitto è la capitale intellettuale e culturale del mondo musulmano – ha detto il segretario statunitense nella conferenza stampa che lo vedeva al fianco del ministro degli Esteri locale Sameh Shukri- e deve giocare un ruolo chiave nella denuncia della minaccia terroristica». Il governo egiziano replica che la minaccia più diretta è quella che i terroristi muovono contro il loro territorio, e Kerry con un gesto di conciliazione ha confermato ieri l’arrivo al Cairo di otto elicotteri Apache, che gli americani avevano promesso da tempo, ma che avevano poi bloccato in seguito ad episodi di repressione interna di cui si è macchiato l’esercito negli ultimi mesi.

Il Messaggero