L’ira di Renzi: chi ha sbagliato paghi non è un governo di manganellatori

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«Non ci sto a passare per il capo di un governo che manganella gli operai. Se qualcuno ha sbagliato dovrà pagare». Matteo Renzi, appena ha saputo delle cariche della Celere contro i lavoratori dell’Ast di Terni, è andato su tutte le furie. Per una «violenza che è comunque inammissibile». Per un «eccesso di reazione» da parte dei poliziotti. Ma anche perché «così si fa un favore alla Camusso, si fa il gioco della Cgil e della minoranza. Noi, invece, abbiamo sempre rispettato chi scende in piazza per manifestare le proprie opinioni e a maggior ragione chi protesta per difendere il posto di lavoro». Dunque, «voglio la massima trasparenza su quanto è accaduto, voglio capire cosa è davvero successo».
LA LUNGA TELEFONATA

Quelle manganellate, nella giornata della gaffe dell’eurodeputata Pina Picierno contro la Camusso, imbarazzano il governo. La piazza diventa un problema. Raccontano che Renzi abbia preso personalmente in mano il dossier. E che abbia parlato al telefono con il leader della Fiom, Maurizio Landini. Telefonata che il sindacalista ha smentito, ma che in serata è stata confermata da palazzo Chigi anche a costo di sfornare i tabulati: «Chiamata di Landini a Renzi, senza risposta, alla 16,25. Risposta di Renzi tramite centralino alle 17,19. Scambio di sms alle 15,07, 16,35 e 18,41». E in questi scambi il premier si sarebbe detto «dispiaciuto e rammaricato» e pronto a colpire «eventuali responsabili». Poi Renzi ha chiamato il ministro dell’Interno. Messaggio: «Abbassare i toni, evitare che su un terreno come quello di una crisi industriale si possano provocare lacerazioni e scontri». E il premier ha chiesto a Alfano «un’analisi dettagliata dell’accaduto per accertare le responsabilità ed evitare strumentalizzazioni di quanto è successo». Dal Viminale assicurano «totale sintonia». Nessuna bacchettata del premier ad Alfano: «I due sono assolutamente in linea». «Nessuna telefonata furiosa». E massima attenzione del ministro, che in serata ha ricevuto i sindacalisti, alla ricostruzione dei fatti, «al disagio sociale» e «comprensione per i problemi dei lavoratori, come per gli agenti feriti finiti in ospedale». Per cercare di attutire l’impatto delle cariche della Polizia, Renzi ha anche invitato il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, a riferire alla Camera. E la Guidi, davanti ai deputati, è corsa a dire che il governo era «addolorato», «pronto a prendere eventuali misure per un episodio che speriamo irripetibile». Parole più o meno dettate dal premier, che ha sollecitato il suo braccio destro Graziani Delrio a telefonare a Landini e a garantire: «In poche ore il ministro dell’Interno fornirà la documentazione necessaria per ricostruire quanto è accaduto con la massima trasparenza».
Ma nonostante gli sforzi, per il governo è stata una giornata davvero difficile. I quattro operai colpiti dalla Celere, dopo i ripetuti attacchi del premier al sindacato, hanno ridato fiato alla minoranza dem con Stefano Fassina «indignato» e pronto a chiedere al governo di «riferire immediatamente». Con Susanna Camusso prontissima a correre in ospedale dai lavoratori feriti e a puntare l’indice contro l’esecutivo: «Deve rispondere pubblicamente dei fatti gravissimi». E con il Parlamento in ebollizione, tra interrogazioni e proteste bipartisan. Perfino il presidente del Pd Matteo Orfini, che della minoranza non è, ha usato parole di fuoco: «Gli operai vanno ascoltati e non caricati, la gestione della piazza è stata sbagliata. Nel corteo c’erano anche Landini e Airaudo ed è evidente che non avrebbe creato problemi».
Gli unici a difendere la Celere e Alfano sono stati gli esponenti del Ncd. Che hanno solidarizzato con gli agenti feriti e, come Renato Schifani, si sono scagliati contro la minoranza del Pd: «Basta polemiche da chi prima vota contro la riforma del lavoro e poi solidarizza con i manifestanti violenti pur di attaccare Alfano». Una difesa che ha fatto scattare tra i parlamentari renziani il sospetto che «l’azione violenta» della Polizia non «sia casuale», ma frutto di un piano di Alfano di «mettere in difficoltà il Pd e spostare a destra il governo».
Ma questi sono veleni. Ciò che è certo è che Renzi ha incontrato i vertici della Federacciaio e di Cassa depositi e prestiti: «Sono impegnato», ha fatto sapere il premier , «a salvare il futuro industriale di Terni».

Il Messaggero