L’ira del premier su Angela: “Non può trattarmi così gli altri sanno solo obbedire”

July 21, 2011 - Brussels, BXL, Belgium - Germany's Chancellor Angela Merkel   during a news conference at the European Council building at the end of an euro zone leaders crisis summit   in  Brussels, Belgium on 2011-07-21     by Wiktor Dabkowski (Credit Image: © Wiktor Dabkowski/ZUMAPRESS.com)

BRATISLAVA.”Io faccio il buono solo se mi danno ciò che mi serve, non faccio figuracce per colpa loro “. La conferenza stampa di Matteo Renzi è appena terminata, il premier si sfoga con chi lo accompagna verso l’auto pronta a partire per l’aeroporto di Bratislava. In quella incontra Hollande. I due si fermano a parlare, il presidente francese chiede a Renzi che cosa sia successo: “François, ma ti pare che potevo approvare un documento inesistente? “. È la degna fine di una giornata tesa, segnata dalla decisione di Merkel e Hollande di presentarsi davanti alle telecamere da soli, senza l’alleato italiano, negli ultimi mesi sempre coinvolto nelle loro iniziative, e dal briefing solitario di Renzi in cui il premier carica sui due punti sacri per Angela Merkel: il Fiscal Compact e l’accordo con la Turchia. Una mezza dichiarazione di guerra dopo che a Ventotene i tre leader avevano siglato un patto di non belligeranza che se per l’Italia prevedeva nuova flessibilità sui conti in vista del referendum, per la Germania contemplava proprio la fine degli attacchi sui due dossier vitali per la campagna elettorale della Cancelliera.

Se il briefing di Merkel e Hollande per Renzi può rappresentare uno smacco mediatico, il premier ribalta la prospettiva: “Non potevo fare una conferenza stampa con loro se non condivido le loro conclusioni su economia e migranti “. In effetti, spiegano diversi diplomatici, Angela e François avevano preparato il summit e la conferenza stampa a uso e consumo delle loro opinioni pubbliche e l’invito a Renzi ad unirsi a loro era arrivato a cose fatte. Inaccettabile per il premier italiano, che infatti al termine del summit dirà: “Qui si sono dette le solite cose “.

I leader europei hanno deciso che l’agenda di Bratislava sarà attuata nei prossimi summit e il 25 marzo a Roma, in occasione delle celebrazioni dei sessant’anni dei Trattati, si cercherà di dare un nuovo impulso all’Unione. Tappa che l’Italia ha fortemente voluto, ma che ora per Renzi può rivelarsi un boomerang: “Devono cambiare passo – spiegava il premier ai suoi – non possono comportarsi come se Londra non fosse uscita dall’Unione e poi se a Roma facciamo un buco nell’acqua la figuraccia la faccio io. Non possono pensare che quel vertice sia un contentino, o segna la grande ristrutturazione dell’Unione oppure non ci sto”. Da qui l’attacco sul surplus commerciale tedesco e la minaccia di mettere in discussione, magari con l’asse Mediterraneo, il Fiscal Compact (“per me non ha futuro”) e il patto sui migranti con la Turchia (“nessun accordo può mettere da parte i diritti umani”). I pilastri della politica europea che Merkel non può perdere prima delle elezioni.

Nel chiuso del vertice, lamenterà in serata il premier, “c’era un documento con quattro pagine sulla Turchia e nessun accenno all’Africa, inaccettabile”. E infatti in una pausa dei lavori Merkel, Renzi e Hollande si appartano dando vita a una discussione animata. Con il premier che dirà ai suoi: “Angela non può trattarmi così, come fa con altri leader che su migranti ed economia non hanno mosso un dito”. Tra un mese, la strategia del premier, tornerà alla carica: “Il 18 ottobre, due giorni prima del vertice di Bruxelles, vedrò Obama e avrò la sua sponda”.

Ma la trasferta di Bratislava per Renzi segna anche passaggi positivi. In mattinata prende un caffè all’hotel Sheraton, con vista sul Danubio, insieme a Jean Claude Juncker. “Matteo, sulla flessibilità sono d’accordo con te”, il congedo del presidente della Commissione. Il patto politico con Bruxelles – benedetto ad agosto da Merkel – per dare respiro all’Italia regge, anche se ora si deve lavorare sugli aspetti tecnici per renderlo realtà. E non mancheranno altri scossoni nella strada per arrivare al via libera europeo a una manovra espansiva, con Renzi che vuole bloccare il deficit 2017 tra il 2,3 e il 2,4%, al livello di quello di quest’anno senza quella porzione di risanamento che lo avrebbe dovuto far calare fino all’1,8%. In ballo ci sono una decina di miliardi.

Inizialmente Juncker pensava di costringere l’Ecofin, il tavolo dei ministri delle Finanze, a rimangiarsi il dogma secondo il quale la flessibilità per riforme e investimenti può essere concessa solo una volta (l’Italia ne ha già beneficiato nel 2016). Impresa saltata visto che Brexit ha indebolito Juncker, i governi sono bloccati dalle faide tra Est-Ovest e Nord-Sud e la linea è di non cambiare regole fino alle elezioni tedesche. Così si cercano soluzione tecniche alternative. Si ipotizza di giustificare l’allentamento delle regole grazie a una circostanza eccezionale dovuta al rallentamento dell’economia globale. E poi una tranche di flessibilità sarà giustificata dal terremoto. Certamente dalle spese per gestire l’emergenza. Ma Renzi spinge ancora perché venga preso in considerazione anche Casa Italia, il suo programma di riammodernamento del Paese. Tanto che a Bratislava ha ribadito: “Tutto ciò che serve per rimettere a posto l’edilizia scolastica dopo il terremoto va liberato dalle grinfie delle regole di stabilità”.

La prossima settimana gli sherpa cercheranno la quadra, ma qualche rischio rimane. Molti governi si sono irrigiditi dopo Brexit e anche all’interno della squadra di Juncker diversi commissari ora si sentono più liberi e puntano i piedi. Come il vicepresidente della Commissione Jirki Katainen, che punta ad essere il candidato dei popolari (Ppe) proprio alla guida della Commissione nelle elezioni

europee del 2019 e quindi fa la faccia feroce. Ma sul dossier il premier resta fiducioso, spingendosi a dire che “come sempre troveremo una soluzione e continueremo ad abbassare le tasse”. E in serata confidava: “Andrà bene, anche se poi mi levano un decimale poco male”.

La Repubblica