L’ipotesi: più Iva e meno tasse sul lavoro

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L’ipotesi, caldeggiata dalla Commissione europea, di una revisione delle aliquote Iva agevolate è caduta come un masso in uno stagno, agitando le acque all’interno della stessa maggioranza di governo. Le posizioni contrarie più nette sono arrivate dal Nuovo Centrodestra che da Raffaello Vignali, fino a Barbara Saltamartini, hanno chiesto a Matteo Renzi di non cedere alle pressioni di Bruxelles e fermare sul nascere qualsiasi ipotesi di ritocco del prelievo. Anche i commercianti hanno alzato immediatamente un muro. Confesercenti ha parlato di una idea «suicida» per i consumi che comporterebbe un aggravio di 5 miliardi di euro. «In una situazione di disastro dei consumi», ha spiegato l’associazione, «non vogliamo credere che si mettano ancora le mani sull’Iva». Gli artigiani di Mestre hanno subito calcolato che mettere mano alle aliquote al 4 e al 10 per cento rischierebbe di far superare il non già invidiabile record della pressione fiscale ormai al 44 per cento. Il governo, invece, per il momento, almeno ufficialmente, tace.
I NODI DA SCIOGLIERE
La «raccomandazione» dell’Europa di rivedere le aliquote Iva ridotte è sul tavolo sia del ministero del Tesoro che di Palazzo Chigi. Decisioni ancora non sono state prese, ma il dossier è da tempo all’attenzione. I soldi recuperati con l’Iva, è quello su cui qualcuno più possibilista all’interno dell’esecutivo ragiona, potrebbero essere utilizzati per ridurre il cuneo fiscale sul lavoro. Anche questa, del resto, è una indicazione contenuta nelle raccomandazioni della Commissione Europea. Qualche attenzione all’interno del governo, l’avrebbe suscitata anche un recente dossier sull’Iva prodotto dal Nens, il centro studi che fa riferimento all’ex ministro delle finanze Vincenzo Visco, che da qualche tempo (si veda la nomina di Rossella Orlandi al vertice dell’Agenzia delle Entrate), riceve un discreto ascolto dal Presidente del consiglio. Il dossier messo a punto dagli uomini di Visco contiene una serie di ipotesi, alcune anche «estreme». Come, per esempio, quella di armonizzare tutta l’Iva ad un’aliquota unica al 15 per cento. Significa che tutti i beni al 4 e al 10 per cento, salirebbero al 15 per cento, ma anche che quelli tassati al 22 per cento, scenderebbero al 15 per cento. Con questo sistema, secondo i calcoli del dossier, si otterrebbe un maggior gettito di quello attuale di quasi 6,5 miliardi di euro. Un’ipotesi che, tuttavia, ha alcuni difetti. Quello, per esempio, di trasferire sulle spalle delle famiglie una parte dell’Iva oggi versata da imprese e altri soggetti. Un modo per ovviare a questo inconveniente e lasciare invariato il carico fiscale complessivo sulle famiglie, sarebbe quello di lasciare tassati al 4 e al 10 per cento gli investimenti privati. In questo caso, tuttavia, il maggior gettito sarebbe inferiore ai 3 miliardi di euro.
LE SIMULAZIONI
Simulazioni ed ipotesi alle quale se ne affiancherebbero altre. Secondo alcune fonti anche l’Astrid, il think tank capitanato dal presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini avrebbe fornito una documentazione sul tema. Tema al quale, almeno formalmente, sta lavorando il ministero dell’Economia nell’ambito delle tax expenditures, l’insieme di esenzioni fiscali che abbattono il gettito dello Stato. Sul tappeto ci sarebbe anche un aumento selettivo delle aliquote, un po’ come era stato fatto lo scorso anno con i distributori automatici di bibite e alimenti, la cui aliquota era stata portata dal 4 al 10 per cento. Così come, sempre in un’ottica selettiva, c’è anche chi propone di introdurre una nuova aliquota tra il 7 e l’8 per cento. Una misura che, tuttavia, rischierebbe di aumentare gli arbitraggi e l’elusione dell’imposta.
Sulla decisione finale se rivedere o meno l’Iva peseranno probabilmente anche gli equilibri complessivi della manovra. Risorse per 20 miliardi di euro dai soli tagli di spesa, senza incidere anche su una redistribuzione delle entrate, potrebbero essere difficili da realizzare.

Il Messaggero