L’insostenibile leggerezza dell’essere (macho ma non troppo)

calcio

Una lieve spinta, una semplice spallata. Sempre più spesso solo l’idea di essere sfiorati. Basta questo ormai ai nostri eroi della domenica per passare più tempo a terra che a deliziarci con le loro virtù pallonate. Capriole e tuffi degni del miglior Mark Spitz. Nostalgici ricordiamo le nostre battaglie sul campo dell’oratorio, su terra indurita ed arsa dal sole, ove non cadevamo per dimostrare di essere ossi duri.

D’ altra parte a cadere su quel fondo minato c’era da rimetterci veramente l’osso del collo rischiando pure di prenderle dai genitori a casa in caso ti fossi fatto male. Ma ahimè oggi sembra che la generazione dei calciatori twitterini-pettinati-tatuati soffra di seri problemi di deambulazione. Ad ogni capitombolo guardano sofferenti l’arbitro,con gli occhi imploranti del bambino che si rivolge al papà per far sgridare il cattivo di turno. Salvo poi rialzarsi in fretta e furia accorgendosi che l’autorità ha deciso di non intervenire e, al peggio, scegliere di rimanere rantolanti al suolo in attesa di un’illuminazione divina o aspettando l’intervento del massaggiatore stregone  con la potente acqua miracolosa. 

Andrea Orsolini