L’imam: «I terroristi vanno crocifissi» E la Giordania impicca la jihadista

File photo of Iraqi Rishawi inside a military court at Juwaida prison in Amman

Giordania sotto shock all’indomani della barbara uccisione del giovane tenente pilota Muaz Kassasbe, arso vivo in una gabbia dai jihadisti dello Stato Islamico. Migliaia di persone hanno fatto da sponda al convoglio del Re Abdallah II, rientrato anticipatamente da Washington, nel tragitto tra l’aeroporto e il Palazzo reale. Due ali di folla sconvolta ma allo stesso tempo inferocita sventolante la bandiera giordana, la foto del suo re e, ovviamente, quella di Muaz Kassasbe. La cui potente famiglia, se mai ce ne fosse bisogno, sta mobilitando il Paese affinché dia una risposta adeguata ai terroristi dell’Isis. Non appena giunto ad Amman il re ha convocato un vertice di sicurezza per valutare tutte le opzioni da mettere in campo contro lo Stato islamico. E in serata, secondo fonti non ufficiali, l’aviazione giordana avrebbe bombardato postazioni Isis a Mosul uccidendo decine di jihadisti.
L’ESECUZIONE DEI 2 QAEDISTI

Non bastava ai giordani l’esecuzione, poco prima dell’alba di ieri, della terrorista irachena al Rishawi e del suo “collega” Ziyad Karboli, entrambi qaedisti. La prima era divenuta pedina per l’eventuale scambio con il pilota giordano e con gli altri due ostaggi giapponesi (entrambi decapitati). Ma l’altro giorno, dopo la diffusione dell’agghiacciante filmato dell’esecuzione di Kassasbe, si è capito che la “trattativa” dei jihadisti era tutto un bluff. Il pilota giordano, infatti, sarebbe stato ucciso il 3 gennaio, dieci giorni dopo essere stato catturato nel nord della Siria.
Safi al Kassasbe, padre del pilota, ha chiesto «vendetta» invitando le tribù giordane a far fronte comune contro lo Stato islamico e la Coalizione internazionale a guida americana, di cui Amman fa parte, a «distruggere» i jihadisti. A Karak, città natale del pilota, manifestanti hanno marciato chiedendo anch’essi «vendetta» e gridando slogan di sostegno al re. Anche Murad al Adayleh, uno dei leader dei Fratelli Musulmani giordani, movimento che con le autorità di Amman ha rapporti tesi, ha condannato l’uccisione del pilota: «Questa non è la morale dell’Islam e non ha niente a che fare con i musulmani», ha affermato. Ieri a mezzogiorno le campane di tutte le chiese cattoliche sparse per il Regno Hascemita di Giordania hanno suonato a morto in segno di lutto per il giovane soldato ucciso.
L’IMAM

Tra le espressioni di condanna più forti, quella del grande imam di Al Azhar del Cairo, Ahmed el-Tayeb, responsabile di uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam che ha espresso la sua profonda indignazione per un’«azione terrorista ignobile che esige la sanzione indicata dal Corano per questi tiranni che corrompono e che fanno la guerra ad Allah e il suo messaggero. Devono essere uccisi, crocefissi e bisogna tagliare loro le mani e i piedi». La meno diplomatica, invece, arriva da Tel Aviv: nel condannare l’esecuzione di Kassasbe, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti approfittato per inviare l’ennesimo segnale durissimo all’Iran che a sua volta aveva parlato di «disumana uccisione»: «L’Isis brucia la gente viva mentre l’Iran la impicca nella pubblica piazza. Entrambi sono motivati da un Islam estremista la cui crudeltà non conosce limiti. Ma il pericolo maggiore – ha concluso Netanyahu – sarebbe se questo estremismo fosse appoggiato da armi nuclear. E la crudeltà dei jihadisti del califfato ieri ha avuto un seguito con la trasmissione in pubblico a Raqqa, la sua “capitale” in Siria, del video dell’esecuzione del pilota giordano cui ha fatto seguito un ulteriore video in cui viene mostrata la “gioia” degli spettatori per l’orribile morte del nemico. E di nemici da sacrificare, nelle mani dell’Isis ce ne potrebbero essere una quindicina, a cominciare dal 59enne padre Paolo Dall’Oglio, scomparso in Siria nel luglio 2013: gli altri sarebbero un giornalista britannico, una cooperante Usa, un cameraman libanese, un reporter mauritano, tre operatori della Croce Rossa, sette soldati libanesi.

Il Messaggero