Libia, rapiti quattro italiani. Gentiloni: “Difficile fare ipotesi”

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Quattro italiani sono stati rapiti in Libia, nei pressi del compound dell’Eni nella zona di Mellitah presso alcuni impianti, si tratta di tecnici che lavorano presso alcuni impianti petroliferi nord-africani, per attività di sviluppo, trasporto e manutenzione per la società Bonatti di Parma, general contractor nel settore oil and gas.

Si tratta di Gino Tullicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, come riporta un’agenzia Ansa specificando che, secondo indiscrezioni ancora non confermate, due sarebbero residenti in Sicilia, precisamente nella provincia di Enna e di Siracusa, uno nella provincia di Roma ed uno nella provincia di Cagliari.

La notizia del rapimento è stata resa nota in mattinata dalla Farnesina con un comunicato ufficiale, in cui non erano riportate le generalità dei quattro italiani e non veniva specificato da chi erano stati rapiti. Poi nel pomeriggio alcuni colleghi della Bonatti hanno pubblicato su Facebook la foto di uno striscione appeso alla recinzione del compound di Wafa, il centro della Libia dove opera l’azienda, con su scritto: “Freedom for Gino, Salvo, Filippo e Fausto”.

I quattro sarebbero stati “prelevati” la sera di ieri a Zuaia, città sotto il controllo delle milizie islamiste che appoggiano il governo di Tripoli, a nord-ovest del paese nordafricano, “mentre stavano rientrando dalla Tunisia”, riferisce l’agenzia di stampa locale Afrigate.

“Informiamo che ieri, 19 luglio 2015, si è verificato in Libia nei pressi di Mellitah il rapimento di 4 tecnici italiani dipendenti della nostra società. Al momento siamo in diretto contatto e coordinamento con le Autorità e con l’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri Italiano. Seguiranno eventuali aggiornamenti” dichiara l’Ufficio stampa della Bonatti. L’azienda mantiene per ora il riserbo sull’identità dei tecnici, si è appreso solo con certezza che nessuno di loro è residente in provincia di Parma. La procura di Roma ha aperto un fascicolo per avviare l’indagine.

Per il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è difficile fare ipotesi sugli autori del rapimento. Gentiloni precisa che l’Unità di crisi della Farnesina sta lavorando con urgenza e con l’intelligence.”L’Unità di crisi si è immediatamente attivata per seguire il caso ed è in contatto costante con le famiglie dei connazionali e con la ditta Bonatti”, dice. “Come noto in seguito alla chiusura dell’ambasciata d’Italia in Libia il 15 febbraio, la Farnesina aveva segnalato la situazione di estrema difficoltà del Paese invitando tutti i connazionali a lasciare la Libia”. “Confermo – specifica il ministro – che è pericoloso restare in Libia”.

Al-Jazeera, rapiti da Jeish al Qabail. Secondo l’emittente televisiva al-Jazeera che cita fonti militari di Tripoli, i rapitori sarebbero vicini al cosiddetto ‘Jeish al Qabail’ (L’esercito delle Tribù), milizie tribali della zona ostili a quelle di ‘Alba della Libia’ (Fajr) di Tripoli. Secondo quanto riferiscono queste fonti militari libiche, i quattro italiani sono stati rapiti nel villaggio di al-Tawileh, vicino Mellitah, e portati verso sud.

Il gasdotto. Mellitah è il punto di partenza del gasdotto Greenstream, il più lungo d’Europa, minacciato da mesi dai combattimenti e dall’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico. Greenstream – gestito per tre quarti dall’Eni e per un quarto dalla Noc, la Compagnia nazionale libica – è un gioiello ingegneristico realizzato nel 2004, 520 chilometri affogati nel Mediterraneo fino a una profondità di 1.200 metri, un investimento di 7 miliardi metà dei quali messi dall’Eni.

L’azienda.  La Bonatti spa è un general contractor internazionale che ha sede a Parma. Offre, spiega il sito istituzionale della azienda, servizi di ingegneria, costruzione, gestione e manutenzione impianti per l’industria dell’energia. Ha sussidiarie o associate in Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Kazakhstan, Austria, Messico Canada, Mozambico e Libia. Bonatti opera in 16 nazioni: Algeria, Austria, Canada, Egitto, Francia, Germania, Iraq, Italia, Kazakhstan, Messico, Mozambique, Romania, Arabis Saudita, Spagna, Turkmenistan e appunto Libia.

Italiani rapiti in Libia. Rispettivamente il 13 e il 16 novembre 2014 sono stati liberati Marco Vallisa, 54enne tecnico italiano della ditta Piacentini rapito in Libia a Zwara il 5 luglio 2014 e Gianluca Salviato, anche lui tecnico, rapito in Libia il 22 marzo 2014. L’ultimo italiano a essere liberato, il 9 giugno scorso, è stato Ignazio Scaravilli, il medico catanese sequestrato in Libia a gennaio. Con il rapimento dei 4 dipendenti della Bonatti salgono a cinque i connazionali sequestrati nel mondo. Dal luglio del 2013 non si hanno notizie di Padre Paolo Dall’Oglio, di cui si sono perse le tracce in Siria da allora. Sessant’anni, gesuita romano, per trent’anni e fino alla sua espulsione nell’estate del 2012, Dall’Oglio ha vissuto e lavorato nel suo Paese d’adozione in nome del dialogo islamo-cristiano. Regolarmente emergono notizie – mai confermate – sulla sua morte o prigionia. Le informazioni circolate negli ultimi mesi lo davano per detenuto in una delle prigioni dell’Isis a Raqqa. Ma anche questa circostanza non ha trovato conferme.

Le tensioni nel Paese. Tunisi ha aumentato le misure di sicurezza per cercare di impedire l’infiltrazione nel Paese di terroristi provenienti dal Paese confinante. In particolare, secondo i media libici, non viene accettato da parte libica la costruzione di un muro divisorio e di un fossato che
divida i due Paesi, il che, secondo il governo di Tobruk che controlla la parte orientale della Libia, rappresenta una violazione della sovranità del Paese. Secondo il sito libico Ean Libya, nonostante le autorità tunisine si siano giustificate con la necessità di combattere il terrorismo, il governo del premier Abdullah al Thani ha più volte protestato e si temono in futuro incidenti tra le due parti a causa di questo muro divisorio.

Un possibile “messaggio”. Dietro il sequestro “potrebbero esserci le milizie islamiche di Tripoli”, il cui obiettivo è “fare pressioni sul governo italiano” per il ruolo svolto nei colloqui di pace sulla crisi libica. Lo sostiene l’incaricato d’affari dell’ambasciata libica presso la Santa Sede, Ali Rugibani. Tra le ipotesi suggerite da Rugibani c’è anche la questione delle possibili sanzioni che l’Ue potrebbe imporre ai soggetti che ostacolano il dialogo sostenuto dalle Nazioni Unite. Il rapimento, secondo Gentiloni, non è tuttavia una ritorsione contro l’Italia per il suo appoggio in sede Onu al governo attualmente in formazione.

LA REPUBBLICA