L’ex Nar Carminati il Nero burattinaio della mala romana «Sono l’ultimo re»

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L’ultimo re di Roma è caduto, trascinato forse dalla convinzioni di farla franca anche questa volta. È il senso di impunità che sembra aver reso Massimo Carminati, un mito. Quella capacità di uscire quasi sempre pulito dai più grandi misteri della storia italiana. Nato a Milano 56 anni fa, il “Cecato” si è trasferito a Roma subito dopo, dove è cresciuto tra attentati, trame nere, stragi e depistaggi. A Roma Nord lo conoscono tutti. Identificarlo è facile: l’occhio sinistro riporta un’antica ferita. Un colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata da un carabiniere nel 1981 per poco non gli è costato la vita. È sopravvissuto a una pallottola in testa, e ha conquistato la fama di immortale. «È il re di Roma che viene qua, io entro dalla porta principale – dice di se stesso in una intercettazione registrata dal Ros dei carabinieri – Nella strada tanto comandiamo sempre noi, nella strada tu c’avrai sempre bisogno».
LE ATTIVITA’
I suoi avvocati lo hanno descritto come una persona senza reddito, sostenendo che, dopo aver pagato l’ultimo debito con la giustizia, “il cecato” ha soltanto gestito il negozio di abbigliamento “Blue Marlin”, che fa capo alla Amc Industry srl, di cui è amministratore unico la moglie Alessia Marini. Il suo nome, infatti, non compare neanche come socio. Anche perché è sempre la Amc a prendere in affitto la villa a Sacrofano, alle porte di Roma, dopo averla “regalata” al commercialista Marco Iannilli, già coinvolto nell’inchiesta Fastweb. Carminati spiega perché: «Nun me posso intestà niente – dichiara a un amico – Me lo portano subito via».
La sua biografia è leggendaria: ha ispirato “il Nero”, uno dei protagonisti di Romanzo criminale. Ed è legato indissolubilmente agli anni ’70, anni di attentati e terrorismo, durante i quali approda ai Nar, probabilmente tirato dentro da uno che lo stimava molto, il suo compagno di scuola, Valerio Giusva Fioravanti. «Il fenomeno Carminati – scrive il gip Flavia Costantini nell’ordinanza di custodia cautelare – è riscontrato già ai primordi della sua carriera criminale, allorché militava nella formazione di estrema destra Nuclei armati rivoluzionari, e al contempo, era coinvolto in gravi attività delittuose che hanno segnato la storia della Banda della Magliana per aver stretto rapporti fiduciari con alcuni degli appartenenti di maggiore spicco». Una trasversalità, divisa tra borghesia e crimine, che lo ha reso invincibile.
I PROCESSI
Sempre a un passo dall’ergastolo, è riuscito a cavarsela con pene minori. E non è solo Giusva Fioravanti, l’amico dell’Istituto paritario Federico Tozzi del quartiere di Monteverde, perché frequenta anche Alessandro Alibrandi, figlio di un noto giudice della Capitale, Franco Anselmi, ex missino e fondatore dei Nar. È stato processato e assolto per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli e per il depistaggio relativo alla strage di Bologna, così come per l’omicidio di Fausto e Iaio, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, all’epoca diciottenni, frequentatori del Centro Sociale Leoncavallo, uccisi da 8 colpi di pistola per mano di estremisti di destra. Indagato per essere l’ideatore del furto al caveau della Banca di Roma interno al Palazzo di Giustizia di piazzale Clodio nel 1999, viene coinvolto nell’inchiesta sul calcioscomesse. Da quasi 40 anni le mani di Massimo Carminati sono sulla città di Roma. Gli è andata meno bene, condanna a dieci anni, nel processo per il pentimento di Maurizio Abbatino, che ha chiuso la stagione dei “vecchi” della Banda della Magliana. Poca cosa se si pensa a tutti i reati che gli hanno contestato. Ha tessuto rapporti con forze dell’ordine e servizi segreti. Da sempre in mezzo ai mondi, così come vuole la sua filosofia, era ora un uomo libero. E proprio questo, secondo il gip – quelle pronunce di assoluzione per alcune delle più gravi accuse, «sembrano aver contribuito ad alimentarne la fama criminale, favorendo la creazione di una sorta di mito dell’impunità». Un mito che, forse, ieri è caduto.

Il Messaggero