L’Europa stringe sulla sicurezza ma resta divisa sullo scambio dati

Police Hostage Situation Developing In Sydney

I ministri degli Esteri dell’Unione Europea ieri hanno cercato di accelerare gli sforzi comuni per fronteggiare la minaccia del terrorismo. Ma, aldilà di alcune misure simboliche, un accordo è ancora lontano sulla risposta da dare agli attacchi di Parigi della scorsa settimana. «Serve un’alleanza per lavorare insieme, perché tutti affrontiamo la stessa minaccia», ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini: è necessario dialogare «non solo tra paesi Ue e con i paesi arabi, ma anche all’interno dell’Europea con le comunità musulmane e le varie minoranze». Nell’immediato Mogherini ha annunciato che un «attaché alla sicurezza» sarà inviato in ogni delegazione dell’Ue presente nei paesi rilevanti, con il compito di raccogliere e condividere informazioni sui cosiddetti “foreign fighters” (gli islamisti con passaporto europeo partiti a combattere in Siria, Iraq o Yemen).
«COLLABORAZIONE FRA 007»

L’Alto rappresentante intende anche «migliorare la comunicazione con le comunità arabe nell’Ue e all’esterno». Ma sulle misure più ampie e controverse, come la raccolta dei dati dei passeggeri aerei per controllare i movimenti di persone sospettate di attività terroriste, lo stallo europeo prosegue. Ed anche sulla cooperazione tra servizi segreti europei non si sono registrati passi avanti significativi. Anche se in serata il premier Renzi ha comunicato in tv che «ci sono state almeno un paio di operazioni condivise dall’Italia con i servizi segreti di altri paesi». E ha ribadito che «questa è la volta buona perché i Paesi si coordino nel contrasto del terrorismo internazionale». Spiegando: «Oggi molti gruppi radicali prima ancora che dentro le moschee dei predicatori fanatici si riuniscono attraverso Internet: l’intelligence può controllarli. Allora scambiamo informazioni. Bisogna fare sì che i servizi segreti dialoghino di più tra loro. Bisogna passare dalle chiacchiere ai fatti».
L’allarme resta comunque alto. «Dalla riunione è emersa la conferma della minaccia terroristica all’insieme dei paesi europei», ha detto il ministro Gentiloni. «Si stima ci siano tra i 3.000 e i 5.000 foreign fighters in Europa», anche se per l’Italia il loro numero è limitato (una cinquantina). I controlli alle frontiere esterne dell’Ue potrebbero essere rafforzati. Il ministro è comunque ottimista sui passi avanti nelle prossime settimane. «C’è la consapevolezza che bisogna avviare un percorso» per condividere le informazioni di intelligence tra paesi europei. Anche sul Passangers Name Record – il sistema Pnr di cui alcuni governi europei vorrebbero dotarsi per controllare le informazioni dei passeggeri aerei – dai ministri degli Esteri è arrivata «una sollecitazione politica», ha detto Gentiloni.
LE DIFFICOLTÀ

In realtà, il Pnr è bloccato all’Europarlamento. Se la destra è favorevole, il centrosinistra appare contrario, almeno alla proposta attuale. «L’accordo non è affatto chiuso», ha detto il presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici, Pittella. Di fronte allo stallo all’Europarlamento, il dossier Pnr potrebbe passare ai ministri dell’Interno Ue, che si riuniranno a fine mese a Riga. Sul tavolo potrebbe finire anche una proposta per ritirare i documenti di viaggio – passaporto e carta di identità – ai foreign fighters o a chi intende andare in Siria a combattere. Nel frattempo, sul fronte della politica estera, Mogherini ha promesso di lavorare per migliorare la cooperazione di intelligence con Turchia, Egitto e Yemen.

Il Messaggero