L’esultanza di Renzi: riforma storica e alla Camera il testo non si cambia

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«E’ fatta. Abbiamo aspettato 30 anni, ma adesso la riforma del lavoro è nero su bianco. Ora avanti come treni, voglio il sì della Camera entro ottobre». A notte, dopo il tormentato voto di fiducia del Senato che ha approvato il Jobs act, Matteo Renzi si gode «il sofferto successo». Ma già guarda avanti, alla sfida che dalla prossima settimana si aprirà alla Camera. «La minoranza chiede altre correzioni alla riforma? Non se ne parla. Abbiamo discusso, mediato e votato in Direzione, abbiamo corretto il testo introducendo il reintegro per i licenziamenti disciplinari, ora basta. Non si cambia più, non si può ricominciare sempre da capo. Non mi faccio fermare dai veti di una minoranza». E al Senato, anche per rispettare il patto con Silvio Berlusconi, Renzi farà subito incardinare e approvare la nuova legge elettorale: «Si riparte con l’Italicum»
LA DOPPIA SFIDA

In mano il premier ha i numeri del voto del Senato. Una fiducia a quota 165 voti, la più alta dopo quella dell’insediamento. Nelle orecchie ha gli elogi dei leader europei incassati nel pomeriggio al summit di Milano e l’impegno di Angela Merkel «a rivedere alcune procedure europee». Renzi è soddisfatto, naturalmente. Ma come al solito morde il freno, anche perché se «abbiamo rischiato l’osso del collo, se abbiamo preso un forte rischio mettendo in pericolo il governo pur di approvare il Jobs act, ora abbiamo le carte in regola e in Europa ci dovranno ascoltare. Le resistenze dovranno essere superate…». Vale a dire: il governo non si accontenta degli elogi e delle «chiacchiere», a novembre la Commissione dovrà riconoscere il valore delle riforme del lavoro, della giustizia, della pubblica amministrazione, concedendo flessibilità. Bollinando, insomma, la legge di stabilità italiana anche se questa non raggiunge tutti gli obiettivi fissati dal Fiscal compact e dal Six pack. «Del resto lo dice anche il Fmi che l’Europa deve permettere ai Paesi che fanno le riforme di sforare…». E comunque, se poi in aprile dovesse scattare una procedura d’infrazione, «non sarebbe così drammatico».
Per ottenere il via libera di palazzo Madama, Renzi ha dovuto lottare. In contatto telefonico con il suo braccio destro Luca Lotti e con i ministri Giuliano Poletti e Maria Elena Boschi, il premier ha provveduto personalmente a blindare il governo. Ha minacciato di espellere dal gruppo del Pd e dal partito i senatori civatiani in caso di voto contrario. «E’ il minimo, visto che era in gioco la sopravvivenza del governo. Ma non gli abbiamo detto, vi tagliamo la gola. Gli abbiamo solo chiesto se volevano o meno partecipare ancora a un percorso comune», spiegano da palazzo Chigi.
Ma un forte pressing, così com’era accaduto in estate per la riforma costituzionale, è stato riservato anche al presidente del Senato, Pietro Grasso. E quando è sfumato il colpo di teatro, l’approvazione del Jobs act in contemporanea con la conferenza stampa a Milano insieme alla Merkel e Francois Hollande, Renzi è sbottato con i suoi: «Mi chiedo se quello di Grasso sia dolo o insipienza. Se ciò che fa è premeditato o frutto di incapacità». Il premier, infatti, ha saputo che il presidente del Senato aveva sospeso la seduta prima di pranzo, quando i Cinquestelle avevano fatto esplodere la bagarre durante l’intervento di Poletti. E proprio mentre il ministro del Lavoro stava per porre la questione di fiducia. Subìto il rinvio, costretto a parlare di Jobs act senza averlo ancora in pugno, da Milano Renzi ha fatto recapitare un ultimatum a Grasso: «Nessuno slittamento a domani, la riforma va approvata entro questa notte».

Il Messaggero