Legge elettorale tra Renzi e M5S prove di dialogo in streaming

GRILLO_RENZI

ROMA «L’incontro è andato bene», dice Matteo Renzi al termine del faccia a faccia con i cinquestelle. E spiega che «sul ballottaggio hanno aperto», mentre sulla riforma del Senato «riconoscono che non c’è deriva autoritaria». Ma che fatica. Il premier in jeans e camicia bianca si mette di fianco al tavolo, quasi defilato, invia sms, viene ”pizzicato” dal web grillino, poi si toglie la giacca, se la rimette, fatto sta che rimane là a confrontarsi per due ore buone, lui reduce da incontri internazionali con Merkel e Hollande e l’intera Ue. Ma tant’è. Anche a costo di qualche sgambetto, come quando Luigi Di Maio butta là con sorrisetto beffardo «deve sentire gli altri prima di risponderci? Capisco, prima deve andare ad Arcore», e il premier incassa senza replicare. Anzi, ferma i piddini che vorrebbero contrattaccare: «E’ importante interloquire con l’ala dialogante di loro».
LE DELEGAZIONI
Per i seguaci di Grillo c’erano i due nuovi capigruppo con Di Maio e Toninelli; per i dem la novità è stata Gianclaudio Bressa, esperto di riforme e legge elettorale, assieme al premier, a Speranza, Serracchiani e Moretti. Non hanno parlato solo i capi delegazione. Per dire che cosa? I cinquestelle lo hanno spiegato e ripetuto a più riprese, non facendo mistero del reale obiettivo della loro richiesta di incontro: «Voi e noi, insieme, abbiamo i numeri in Parlamento per approvare le proposte che stiamo discutendo», il mantra evocato da Di Maio. Ma quando poi si scende al merito, le cose si complicano: sulla legge elettorale, i cinquestelle insistono sulle preferenze, così come insistono sull’immunità da abolire o comunque da ridurre fortemente. I dem, e Renzi, non è che chiudano le porte («le preferenze non le temiamo, quante ne hai avuto tu Alessandra, 240 mila?», fa rivolto alla Moretti), ma fissano un paletto: «Noi ci staremmo pure, ma bisogna vedere che ne pensano gli altri». E rilanciano: «Piuttosto, che ne pensate delle primarie per legge?». Bressa veste i panni del professore che è e fa presente «guardate che anche con i collegi si rischia il controllo negativo sul voto», con Di Maio che fa lo studente irriverente, «ci dica lei quanto è giusto che lo sia, ce lo dica lei». Rivolto a Renzi, il vice presidente della Camera fa: «Lei, presidente, si arrampica sugli specchi», e Matteo, «co’ sta panza», e se la tocca pure. 
IL RIO DELLE AMAZZONI
Il premier punta al bersaglio vero, cerca di portare a casa qualcosa di utile alla causa. Sostiene di riscontrare nei cinquestelle un’apertura sul ballottaggio («se nessuno arriva al 50,1 per cento, si va al secondo turno ma tra liste, non tra coalizioni, per un piccolo premio», la proposta grillina), afferma che «tra le nostre e le vostre posizioni non è che ci sia in mezzo il Rio delle Amazzoni», quindi la proposta precisa: «Stando così le cose, pur non essendo il M5S d’accordo con il Senato non elettivo, siete disposti ad appoggiare altri punti della riforma costituzionale?». Qui sono i cinquestelle a tergiversare, «veramente abbiamo presentato solo 220 emendamenti», azzarda il neo capogruppo, «sì, ma in aula e altrove dite che noi siamo la P2, non potete continuare così e poi chiederci di fare le riforme insieme», attacca Speranza capogruppo dem. Tra altri tira e molla, si conviene di tornare a vedersi non appena la riforma del Senato andrà in porto, «tra una quindicina di giorni», pronostica Renzi. (I capigruppo del Senato hanno stabilito che le riforme sono «la priorità», ergo si riprende l’esame da lunedì per il sì entro le vacanze estive: entro 15 giorni, ha dettato il premier).
L’impressione generale è che entrambe le parti abbiano il fiato grosso, il gioco del cerino non può continuare all’infinito, forse qualcuno lo spegnerà anzitempo. O forse no. Nel frattempo, il premier ha ottenuto una ormai completa istituzionalizzazione dei cinquestelle, che dal tetto di Montecitorio sono scesi sul tavolo del confronto sulle riforme, diventando se non un secondo forno, come minimo un interlocutore che può mettere fretta, o timore, a qualche partner delle riforme.

IL MESSAGGERO