Lavoro, sì al Senato. Scontro nel Pd

Senato

Non c’è voluto molto. Stavolta la commissione Lavoro del Senato ha sbrigato la pratica velocemente: l’articolo 4 della del disegno di legge che delega il governo a riformare il mercato del lavoro, quello che contiene anche la riscrittura di alcune parti dello Statuto dei lavoratori a partire dal famoso articolo 18, ha ottenuto il via libera nella nuova versione presentata l’altro ieri dal governo. Era l’ultimo tassello che mancava alla conclusione dell’iter in commissione. Da martedì il provvedimento sarà all’esame dell’aula del Senato.
Insomma – a parte le proteste dei Cinquestelle e di Sel, i cui rappresentanti hanno abbandonato i lavori prima delle votazioni gridando alla «farsa» – tutto è andato come previsto. Più liscio dell’olio. Il Pd – che pure al suo interno è dilaniato dalle polemiche – in commissione ha votato un sì deciso e compatto. E così gli alleati tutti. Forza Italia si è astenuta. Almeno per quanto riguarda il percorso al Senato, a questo punto si prevede una bella discesa senza ulteriori intoppi. Ma non per questo tutto è risolto. Anzi. Mentre a Palazzo Madama il clima è quello di una generale soddisfazione se non di più, la partita potrebbe riaprirsi tra largo del Nazareno e Montecitorio, dove la minoranza Pd minaccia le barricate e prepara l’offensiva.
SVOLTA EPOCALE

Le forze centriste della maggioranza, a partire da Ncd e Scelta civica, esultano. L’ex ministro Maurizio Sacconi (Ncd), presidente della commissione Lavoro del Senato nonché relatore del provvedimento, non sta nella pelle dalla soddisfazione. Parla di «pagina storica», di «svolta epocale» e di «ritorno al percorso indicato da Marco Biagi». Su twitter il coordinatore nazionale del Nuovo Centrodestra , Gaetano Quagliariello, usa toni simili: «Buttato giù un altro pezzo di muro! #primaillavoro». Gianluca Susta, presidente dei senatori di Scelta civica, definisce l’ok in commissione il «primo importantissimo passo per una grande riforma economica».
AMBIGUITÀ DI FONDO

La musica cambia uscendo da Palazzo Madama e dirigendosi verso Montecitorio, dove la delega a questo punto ha buone possibilità di arrivare a fine mese. A presiedere la commissione Lavoro, in questo ramo del Parlamento, c’è un altro ex ministro del Welfare, Cesare Damiano, il quale sono settimane che si sgola facendo sapere che l’articolo 18 non può essere abolito, al massimo si può congelare per un periodo di prova (anche lungo, ma non oltre i tre anni) dei nuovi assunti: dopo di che il diritto alla reintegra nel caso di licenziamento illegittimo torna tutto intero. Damiano denuncia «le ambiguità di fondo» dell’emendamento governativo e quindi chiede una riunione urgente di tutti i parlamentari del Pd con il governo (al di là della riunione ad hoc della direzione Pd già programmata per il 29 settembre). Non è il solo a pretendere un chiarimento da Renzi. Lo chiede Pierluigi Bersani che denuncia «intenzioni surreali»: «L’emendamento che è stato presentato, sulla carta, lascia aperta qualsiasi interpretazione». «Servono correzioni importanti» dice il presidente dell’assemblea nazionale del Pd, Matteo Orfini. «Vogliamo capire cosa ci sarà scritto nel testo della legge delega sul lavoro e nei decreti attuativi. Se la freccia è nel senso dell’equità o di un’ingiustizia maggiore» rilancia Gianni Cuperlo, leader Sinistradem. Si spinge oltre Pippo Civati: «Andiamo a chiedere alla nostra famosa base cosa pensa dell’articolo 18. Apriamo i circoli e montiamo i gazebo, magari proprio sabato 18 ottobre, e facciamo un bel referendum, come previsto dall’articolo 27 dello statuto del Pd».
I renziani però non cedono di un millimetro. E difendono la delega tutta, compresa la soluzione sull’articolo 18. «Non accetteremo che la riforma complessiva venga banalizzata in un referendum sull’articolo 18» dice Filippo Taddei. «La riforma non è di destra» scandisce, tra gli altri, il fedelissimo sindaco di Firenze Dario Nardella. Ma non manca chi, pur considerando l’articolo 18 «un feticcio» come Francesco Boccia, evoca un compromesso sul compromesso: «Io penso che in Parlamento ci sia ancora spazio per una mediazione intelligente».

Il Messaggero