Lavoro, Renzi: c’è un disegno per spaccare l’Italia Disordini a Brescia

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Quelli che stanno dentro ad ascoltare Renzi applaudono. Quelli che stanno fuori, e Renzi lo vedono solo passare, protestano. Due Italie diverse. Forse anche per questo il premier è più cupo del solito. Dice che questa spaccatura non è casuale: «C’è un disegno per dividere il mondo del lavoro, per trasformare il dolore e la sofferenza di disoccupati e precari nel campo da gioco di uno scontro politico». Ed è un disegno, sostiene, «calcolato, studiato, progettato».
LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE

Quelli che lo ascoltano, sotto i capannoni della ditta Palazzoli, sono gli industriali bresciani. L’hanno invitato per la loro assemblea affidando al presidente nazionale, Squinzi, l’elogio di «Renzi uomo coraggioso». Si sono spellati le mani quando Marco Bonometti, numero uno della loro associazione, ha inveito contro i sindacati «responsabili della crisi italiana». E ora applaudono il capo del governo: «L’unico modo che conosco per combattere la disoccupazione» dice lui «è creare nuovi posti di lavoro».
E’ una difesa del jobs act e della legge di stabilità. Che nella sua visione delle cose hanno il solo obiettivo di spingere le imprese ad assumere e aiutare la ripresa: «Se vogliono criticare il governo lo facciano, se vogliono cambiare il premier si muovano. Ma non usino la questione del lavoro per accendere uno scontro politico e per dividere il Paese in padroni e lavoratori». Fischiano le orecchie alle Cgil, che replica di lì a poco per voce della Camusso: «Matteo evoca fantasmi e complotti, è nervoso».
Nervoso lui, e ancora più nervosi i centri sociali che per l’occasione hanno fatto un «corteo separato» e provano a sfondare il muro degli agenti in divisa. Volano un po’ di uova e un po’ di manganellate. Soprattutto si alzano slogan feroci. Che dentro però non si sentono mentre il premier continua a ripetere quel che va dicendo da tempo: «L’Italia ha una occasione pazzesca: ora o mai più. Coi primi decreti Poletti abbiamo fatto 150 mila posti di lavoro, sono solo un’aspirina rispetto, ma meglio che un calcio nei denti».
Quelli della Fiom si tengono a distanza dai centro sociali. Più che rintuzzare Renzi, come fa la Camusso, vorrebbero parlargli: «Finora ha ascoltato solo gli industriali, ascolti anche noi». A Brescia le industrie metalmeccaniche sono un’infinità, e la Fiom ha più iscritti che in qualsiasi altra parte d’Italia. Oggi sono cinquecento, presidiano l’ingresso della Palazzolo e vengono a sapere che Renzi è pronto a incontrarli prima dell’ora di pranzo. Dove? In un’altra fabbrica, la Omr di Rezzato. Ed eccoli, in cinque, ad aspettare in una saletta per più di un’ora l’agognato incontro. Che non avverrà mai
RAGAZZINI INESPERTI

«E’ venuto un funzionario a dirci che s’era fatto tardi, il presidente doveva ripartire. Non hanno rispetto per la gente. Una vergogna!» s’infervora il segretario della Fiom bresciana, Francesco Bertoli. In effetti i premier alla Omr va di fretta. Dovrebbe parlare a un gruppo di operai (attentamente selezionati dai vertici aziendali), ma si limita a rapide strette di mano. Si concede solo il lusso di levarsi qualche altro sassolino dalla scarpa: «Tre mesi fa dicevano che eravamo ragazzini inesperti. Ora ci accusano di essere al soldo dei poteri forti. Hanno capito che è la volta in cui le cose cambiano davvero».
Lo aspetta l’aereo per Roma dove deve incontrare l’amministratore delegato della Deutsche Bank, Juergen Fitschen. Parlano anche delle acciaierie di Terni poiché la banca tedesca sta curando la cessione di uno dei rami di azienda della Thyssenkrupp che minaccia di chiudere il polo siderurgico umbro. Renzi è convinto che una buona soluzione sia possibile, e lo ha detto in mattinata a Brescia: «Bisogna semplicemente recuperare la capacità di dialogo. Quando il sindacato fa il sindacato e si occupa dei lavoratori svolge una funzione fondamentale e io faccio e farò di tutto perché sia difesa».

Il Messaggero