Lavoro, Renzi avverte il Pd: io non medio

MATTEO RENZI 6

Raccontano che Lorenzo Guerini e Filippo Taddei hanno ormai alzato bandiera bianca. Il vicesegretario e il responsabile economico del Pd erano stati incaricati da Matteo Renzi, prima della partenza per gli States, di curare il dossier-lavoro e di preparare la Direzione di lunedì. E i due si erano gettati a capofitto nell’impresa, riuscendo a abbozzare qualche straccio d’accordo. Ma le ultime indicazioni arrivate da New York hanno cancellato dall’agenda la parola «mediazione»: Renzi intende andare allo scontro e incassare una riforma del lavoro «la più alta e ambiziosa possibile».
L’obiettivo del premier è chiaro. Vuole convincere Bruxelles e le cancellerie europee che l’Italia non ha bisogno, per fare le riforme strutturali, di governi ispirati da Fmi, Bce e Commissione europea. E che l’Italia «merita una giusta flessibilità nel raggiungimento degli obiettivi di bilancio». Non solo, Renzi sa bene che più si arrabbieranno i sindacati e la sinistra, più forte sarà l’impatto e il peso specifico che avrà all’estero la riforma del lavoro. E dunque più elevate dovrebbero essere le concessioni della nuova commissione guidata da Jean-Claude Juncker. Per come stanno i conti pubblici e a causa del perdurare della recessione, infatti, senza l’atteso “aiutino” il governo nel 2015 dovrebbe fare una manovra correttiva da oltre 20 miliardi con cui centrare l’obiettivo dell’1,8% tra deficit e Pil ed effettuare l’aggiustamento strutturale dello 0,5% del Pil. «Traguardo irraggiungibile se non a costo di strozzare definitivamente il Paese e allontanare ancora di più la ripresa», dice un consigliere economico del premier.
Dunque, mediazioni al bando. Renzi l’ha detto senza giri di parole in due interviste rilasciate al Wall Street Journal e a Bloomberg tv a New York: «Il mio impegno è molto chiaro, realizzare le riforme indipendentemente dalle reazioni. La riforma del mercato del lavoro è una priorità e se i sindacati sono contrari, per me non è un problema. Io vado avanti. Forse potrò perdere le prossime elezioni, che devono svolgersi nel 2018 e non adesso, ma per me è più importante non perdere questa opportunità». Ancora più tagliente, a scanso di equivoci: «Compromesso di solito non è una brutta parola, ma in questo caso il compromesso non è la strada».
«NESSUNA CONCESSIONE»

Per questo nessuno, al Nazareno, ha festeggiato quando Pier Luigi Bersani ieri pomeriggio ha detto: «La sintesi è possibile, basta volerla». E non hanno festeggiato perché a Renzi una sintesi con la sinistra non interessa. Come non si è preoccupato all’annuncio della manifestazione unitaria di Cgil e Fiom il 25 ottobre. In Direzione lunedì il premier e segretario del Pd andrà «sparato come un treno», arrivando a una conta, «senza mediazioni», che si annuncia nettamente a suo favore. Poi semmai, nel corso del dibattito in Senato, concederà qualcosa sul reintegro in caso di licenziamento discriminatorio (per fede religiosa o politica, ecc.) per i neo-assunti. Ma poco, o nulla, di più.
Che questa sia la linea è confermato dal ministro del Lavoro. A margine di un convegno della Confindustria, Giuliano Poletti ha dichiarato: «Non possiamo fare pasticci all’italiana, perché quando discutiamo nel merito delle cose poi, per metterci d’accordo, pasticciamo. Invece pasticci non possono essere fatti e non ci si può fermare davanti a dei tabù» come la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «Noi dobbiamo dare fiducia e chiarezza perché ci siano investimenti» esteri con cui creare occupazione. «E questo si ottiene», sostengono a palazzo Chigi, «solo se il mercato del lavoro cambia sul serio e diventa meno rigido».

Il Messaggero