Lavoro, Italicum e manovra Renzi: un tris per la crescita

MATTEO RENZI 3

ROMA Tra sè e le bizze della maggioranza, Matteo Renzi ha messo sedici mila chilometri. Un viaggio, quello per la cittadina australiana di Brisbane dove si riunisce il G20 che si dovrebbe occupare di crescita, durato un’intera giornata. Il tempo necessario al Ncd per derubricare a «trattativa in corso» la richiesta di un vertice di maggioranza e alla sinistra del Pd per ribadire che «non ci sarà nessuna scissione» e che voterà la fiducia.
Al suo arrivo Renzi deve vedersela con quel pil a meno 0,1% certificato dall’Istat, largamente atteso, che non lo consola ma non lo preoccupa. Il premier resta convinto che esiste un problema di crescita ma che riguarda tutta l’Europa e «l’unica strada – spiega appena atterrato – è tornare a discutere di crescita non solo di rigore». Nessuna sorpresa nemmeno sull’aumento del debito da parte del premier che lo considera come conseguenza della mancata crescita. Comunque sia è dalla Commissione Ue che si attende il massimo degli sforzi per rilanciare gli investimenti.
E’ per questo che l’agenda imposta alla sua maggioranza, su Jobs Act e legge di Stabilità, risulta confermata e si intreccia all’impegno assunto da FI di licenziare entro fine anno a palazzo Madama la legge elettorale. E poiché tutto si tiene, confida anche sulla promessa fatta da Silvio Berlusconi di attuare «una opposizione responsabile». Quindi niente ostruzionismi e nessuna intesa d’aula con i 5Stelle per mettere in difficoltà il governo, malgrado FI – tirata dalla fronda che risponde a Raffaele Fitto – continui in durissimi proclami contro le misure economiche del governo.
RISPETTO
Se questo è il clima pattuito, si comprende perché Renzi abbia dato il via al maquillage della riforma del mercato del lavoro che costringerà il Jobs Act a tornare al Senato che pur lo aveva già votato. Una bandierina concessa alla sinistra del Pd che ha fatto infuriare il Ncd al quale lo stesso Renzi ha subito ricordato ciò che ha ottenuto sulla legge elettorale con lo sbarramento al 3%. Ovviamente, per rispettare i tempi, si prevedono una valanga di voti di fiducia ed è per questo che Renzi ha anche concesso alla sinistra-dem quel minimo di modifiche al Jobs Act che non mettono in discussione la riforma, ma salvano il Pd da una possibile scissione a sinistra.
Tutto tranquillo? Non proprio, come dimostra la lettera che il capogruppo di FI alla Camera ha spedito a Juncker e Katainen, rispettivamente presidente e vice della Commissione, «per denunciare gli imbrogli della legge di stabilità». La missiva, non animata da forte spirito patriottico e giudicata «fuori linea» da molti esponenti della stessa FI che da anni contestano il parametro del 3%, sta a dimostrare che i guastatori sono all’opera e che dentro FI presto riprenderà la contesa sul tipo di opposizione da fare al governo. Il lavoro del ministro Boschi, che gestisce i rapporti tra governo e Parlamento, non si annuncia facile. Eppure, per Renzi, il rispetto del calendario è fondamentale, su due fronti: Quirinale e Bruxelles. Il primo. Renzi ha assolutamente bisogno del sostegno del capo dello Stato per stabilizzare la legislatura e il rapporto con l’opposizione azzurra. Non crede, come si augura Marco Pannella, che Napolitano completi l’intero settennato, ma spera che aiuti governo e forze politiche sino a primavera nel percorso di riforme. Nel frattempo il Parlamento dovrebbe licenziare la legge elettorale e fare almeno due letture delle riforme costituzionali. Non solo. A gennaio, quindi a semestre di presidenza concluso, il premier è pronto ad ingaggiare una battaglia con la Commissione Ue per spuntare gli investimenti promessi e un congruo periodo di sforamento in cambio di un altro pacchetto di riforme. Partita molto difficile. Infatti, malgrado la consistente quota di parlamentari del Pd nel gruppo socialista dell’europarlamento, Renzi non è ancora riuscito ad aggregare un fronte che contrasti il rigore tedesco.
ELEZIONI
I dati sulla crescita negativa segnalano infatti rischi crescenti per il nostro Paese che non possono non ripercuotersi sulla tenuta del governo specie se dovesse concretizzarsi il rischio di una manovra correttiva tra marzo ed aprile. Le manifestazioni di piazza, gli scioperi, le tensioni nelle periferie dei maggiori centri urbani, si aggiungono e rischiano di comporre un mix esplosivo se non ci sarà il segno più sulla percentuale della crescita. Berlusconi è da tempo pessimista e convinto che così sarà ed è anche per questo che continua a temere che Renzi consideri il ricorso alle urne come l’unica strada possibile.

IL MESSAGGERO