L’autunno di Renzi: unioni civili e lavoro

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C’è il Renzi che ininterrottamente compulsa l’iPad per afferrar l’aria che tira e poi c’è un Matteo Renzi più riservato e programmatore, quello del patto del Nazareno o della candidatura Mogherini coltivata in segreto, e quel Renzi lì sta meditando di piazzare in autunno una doppietta di riforme qualificanti: una che parlerà più all’elettorato di «sinistra» e una che si rivolgerà al mondo della produzione. Due riforme destinate ad integrarsi, anche se nessun nesso evidente le lega. Nella intervista rilasciata ad «Avvenire» di ieri, il presidente del Consiglio ha fatto un annuncio importante: «Io ho sempre detto che i diritti civili stanno in un pacchetto che parte dalle riforme costituzionali. Una volta che il Parlamento avrà terminato di votare queste, discuteremo anche su quella che ritengo essere una assoluta e corretta rappresentazione delle civil partnership, sul modello tedesco».

Un annuncio accompagnato da una notizia: «E sarà superato il ddl Cirinnà perché anche in questo campo vedremo una proposta ad hoc del governo, che è pronto a prendere una sua iniziativa». Di più Renzi non ha detto e dunque è ancora presto per capire come si dipanerà l’articolato del governo sulle unioni civili tra omosessuali, ma è intanto chiaro che il governo intende calare le sue carte già a settembre, mettendo in conto una discussione destinata a svilupparsi in autunno.

Una riforma di «sinistra», alla quale Renzi medita di far seguire, una riforma di segno diverso, quella del mercato del lavoro, che potrebbe «rivisitare» anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una riforma che, sotto forma di decreto legislativo, il presidente del Consiglio immagina di presentare entro la fine del 2014, in questo coerente con quanto da lui stesso promesso un mese fa: «Punto alla sua approvazione entro l’anno». A dispetto di una discussione politica e parlamentare che potrebbe dare l’impressione sbagliata di una decisione imminente.

In queste settimane, presso la Commissione Lavoro del Senato, è in corso una vivace discussione, soprattutto dentro la maggioranza, sulla legge delega sulla riforma del mercato del lavoro, destinata ad indicare al governo i «contenuti necessari», ovvero i criteri ispiratori cui attenersi nella successiva formulazione del decreto legislativo. In altre parole, prima il Senato e poi la Camera indicheranno i principii e poi, autonomamente, il governo scriverà nel dettaglio il testo finale. Come? Sarà più facile, oltreché assumere, anche licenziare? Anche in questo caso il governo tiene le carte coperte e nell’intervista ad «Avvenire», il presidente del Consiglio, affrontando il tema tabù dell’articolo 18, usa un avverbio (totalmente) che potrebbe preludere a novità: «L’articolo 18? Sarebbe l’ennesimo inutile derby ideologico. Io sono per riscrivere totalmente le regole del lavoro».

In altre parole, il premier, talora considerato un improvvisatore di talento, già da mesi ha deciso di collocare a fine anno la parte più hard della riforma del lavoro, facendola precedere da un altro passaggio politicamente forte: l’approvazione di una legge sulle unioni civili. In Parlamento la discussione ha ruotato attorno al ddl della senatrice Monica Cirinnà, del Pd, che prevede il riconoscimento delle unioni civili per le persone dello stesso sesso, unione che non si chiamerà «matrimonio», ma garantirà gli stessi diritti e doveri. Ad esclusione delle adozioni. Con cerimonia davanti al sindaco con tanto di fascia tricolore. Questo ddl non sarà integralmente recepito dal governo, anche se Renzi non ha ancora deciso quali modifiche introdurre. Nella sequenza immaginata dal premier, prima la riforma di «sinistra» e poi la riforma di «destra», c’è la concretizzazione di quel «partito della nazione» di cui ha parlato davanti alla Direzione del Pd, alludendo ad un partito capace di includere e parlare a elettorati finora considerati incompatibili tra loro.

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